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IDEE/ Così si può battere l’alleanza perversa di partiti e tecnocrati

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Gli indignados spagnoli  Gli indignados spagnoli

Tutto sommato, esistono tanti indicatori del fatto che la crisi della nostra democrazia è innanzitutto una crisi dei partiti politici che minano il meccanismo democratico con le loro logiche oligarchiche. Mentre da un lato sembra che i congressi dei partiti non servono più a decidere democraticamente su programmi ma che i delegati presenti sono chiamati soltanto a sanzionare direttive già elaborate da commissioni e dai vertici dei partiti, dall’altro il compito primario del partito pare essere sempre di più quello di vendere una determinata politica invece di essere i “volani di trasmissione” delle idee della base nel parlamento. Queste nuove logiche fanno assomigliare i partiti di fatto piuttosto ad aziende strutturate “dall’alto” che ricorrono sempre di più a strategie di politainment per vendere il loro “prodotto”. Luogo primario per queste strategie sono senz’altro gli stessi congressi dei partiti, ma anche la loro finalizzazione mediatica in generale. In fondo, dietro a questo fenomeno del politainment si cela una specifica «paura per la discussione intra-partititca» (Edith Niehuis).

Queste dinamiche favoriscono un’identificazione dei partiti nel loro leader, che a loro volta dipendono sempre di più dalla presenza mediatica. Tale meccanismo rende sempre più utopica la prospettiva che la partecipazione possa avvicinarsi più possibile all’ideale di essere formata in modo «libero da dominio» (herrschaftsfrei, Habermas) nel sistema democratico rappresentativo: ed anche se lo stesso Schumpeter, secondo cui la politica nasce dalla libera concorrenza dei partiti per i voti, ha definito questa «libera concorrenza» un’«immagine completamente priva di realtà», perché non è concepibile una competizione politica completamente «equa» e priva di «imbrogli», dobbiamo costatare che le logiche oligarchiche dei partiti hanno però ulteriormente complicato la possibilità di una realizzazione “libera” della partecipazione politica. In questa nuova logica politica un modello di agire politico secondo determinati valori democratici non trova più lo spazio e la ragionevolezza necessaria per assicurarsi le maggioranze necessarie.

La prima conseguenza di questa svendita dei valori ispiratori della democrazia sta nel fatto, statisticamente alla luce del giorno, che un numero crescente di persone non credono più che il proprio voto abbia alcun influsso sul reale andamento della politica, il quale invece è sempre già deciso da un gruppo oligarchico, cioè delle persone più potenti ed influenti dei partiti. Per una ormai numerosa parte della popolazione, infatti, la fiducia che essa dovrebbe nutrire nei confronti delle istituzioni è cambiata in “indignazione” e “rabbia”. Significativamente, dopo l’esperienza dell’indignazione intorno al progetto della stazione centrale di Stoccarda (il progetto “Stuttgart 21”), in Germania è stato coniato un nuovo termine, nel 2010 ufficialmente scelto come “parola dell’anno”, e cioè quello del Wutbürger: “cittadino di rabbia”.

Ecco perché gli “indignados” rappresentano molto di più che un senso di scontento verso un governo o programma politico: e in questo senso le loro proteste in Italia, se vengono prese sul serio e analizzate tali, erano rivolte non essenzialmente contro Silvio Berlusconi – anche se si sono realizzate senz’altro in maniera anti-berlusconiana – quanto piuttosto esprimevano, insieme agli altri cortei europei, il bisogno di nuove forme di partecipazione nella crisi della democrazia e dei partiti. Sono nient’altro che il rovescio della medaglia dei fatti di “disaffezione” o “disinteresse” nei confronti di una democrazia istituzionalizzata e “di facciata”.



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