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IDEE/ Così si può battere l’alleanza perversa di partiti e tecnocrati

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Gli indignados spagnoli  Gli indignados spagnoli

Uno dei fenomeni più interessanti nello scenario politico europeo dell’anno che sta per finire - come abbiamo avuto già modo di rilevare - è senza dubbio il movimento degli “indignados”, le proteste pacifiche delle masse che hanno preso il loro nome dal movimento del 15 maggio quando i cittadini spagnoli si sono mobilizzati a Madrid per una maggiore partecipazione politica. Le stesse caratteristiche di una nuova qualità di manifestazione politica troviamo anche in altre città europee, ma non soltanto: a Londra, Atene, Roma e Stoccarda, ma ugualmente a New York, oppure in centri del mondo asiatico.

Diversamente dalle forme “convenzionali” di protesta che comunque confermarono in linea di massima il funzionamento della democrazia, gli “indignati” esprimo pacificamente una profonda sfiducia nei suoi riguardi. Questa sfiducia osserviamo soprattutto nelle forme più rappresentative delle nostre democrazie – quindi meno in Olanda o Svizzera e più in Italia, Germania, Spagna, Francia o Gran Bretagna – più esposte al rischio che la politica si allontani dal popolo e diventi la preoccupazione di alcuni “funzionari” o “esperti”, che a loro volta tendono a considerare il popolo “incompetente” e un potenziale rischio per una presunta “ragionevolezza” politica. Negli “indignados” si esprime, in altre parole, esattamente questa crisi della rappresentanza ossia della partecipazione politica della popolazione.

L’episodio più emblematico di questa crisi è stata la reazione da parte di tutti i capi degli Stati europei all’annuncio del primo ministro greco Papandreou di voler proporre la strategia degli aiuti finanziari europei ad una votazione popolare. In questo modo, la Grecia – da alcuni dichiarata economicamente insignificante per l’Europa – è diventata la maggiore pietra d’inciampo dal punto di vista politico, il “caso” che ha messo in questione i valori democratici fondamentali europei.

Contemporaneamente, proprio questo scenario dimostra perché proprio ora, nella piena crisi economico-finanziaria, si è sollevato con tanta forza il fenomeno degli “indignados”: essi hanno potato in strada e quindi offerto al pubblico che la crisi della rappresentanza e della partecipazione politica è il risultato diretto di una politica che nei confronti dei mercati ha perso la sua autonomia.

In altre parole, si tratta della protesta contro un cedimento della legittimazione democratica davanti ai mercati finanziari la cui richiesta è “meno democrazia” in forma di “meno partecipazione”, in quanto le reazioni popolari costituiscono dei “rischi” specifici per i mercati e le borse.

Le proteste degli “indignados” dunque, più che essere antidemocratiche, esprimono una preoccupazione profonda per la realizzazione partecipativa della democrazia. In ciò raggiunge il culmine un processo – in atto da tempo – di riduzione degli elementi partecipativi nella nostra democrazia rappresentativa ad elementi meramente formali e standardizzati, che hanno diminuito l’effettiva partecipazione della popolazione quasi al livello di spettatori estranei ai meccanismi di decisione politica. È il fenomeno che Colin Crouch ha definito “postdemocrazia”, ossia che mentre i processi democratici istituzionali apparentemente appaiono essere in buona salute – elezioni regolari, deliberazioni parlamentari, concorrenza dei partiti – dietro questa facciata non si realizza più l’essenza e il senso della democrazia.

Essa, infatti, consiste nel legittimare il potere politico e le decisioni governative a partire dalla rappresentanza popolare. Ma ciò non avviene più se nelle logiche dei partiti, che definiscono le “liste” oligarchicamente “dall’alto”, sparisce una vera e propria determinazione di rappresentanti popolari “dal basso”; se quindi i leader politici possono concepire il partito come “rappresentanza” della propria persona invece che della volontà della base elettorale; se le decisioni politiche non sono più prodotte dal parlamento ma piuttosto da accordi dei partiti e dei gruppi di lobby, e se infine il voto parlamentare non viene più inteso come un “mandato” ma come “approvazione” di un lavoro governativo in un determinato lasso di tempo.



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