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IDEE/ Così si può battere l’alleanza perversa di partiti e tecnocrati

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Gli indignados spagnoli  Gli indignados spagnoli

Anche se in Italia è stato raggiunto il quorum di un referendum solo dopo tanto tempo, la prassi dei referendum generalmente appare meno eccezionale come ad esempio in Germania, dove fino a poco tempo fa era praticamente una forma di partecipazione sconosciuta. In modo significativo il libro di Ulrich Beck sulla «(re-)invenzione del politico» (Die Erfindung des Politischen), è stato tradotto sotto il titolo L’era dell’e, frutto della riflessione degli anni 90: esso può aiutare oggi a leggere l’attuale crisi non solo come crisi economica, ma anche politico-democratica, e come impegnarsi a trovare nuove forme di partecipazione politica, usando anche i nuovi media. Per rimanere nella logica di Beck, bisognerebbe prendere criticamente atto degli sviluppi attuali e pensare costruttivamente a possibili riforme sulla base delle nuove esigenze della società individualistica. In questa chiave, innanzitutto, individualismo significa tutt’altro che “disinteressamento politico”. Potrebbe essere, secondo l’auspicio di Beck, che in un certo senso ci troviamo in una nuova, creativa fase di un’ulteriore appropriazione della democrazia da parte della società. Se Beck dà a questa strategia di interpretazione positiva e costruttiva dei processi democratici attuali il nome di “seconda modernità” – in quanto avviene la reale appropriazione dei valori democratici “moderni” –,la via intrapresa da Merkel e Sarkozy, di imporre alle nazioni una strategia decisa tra capi di Stati e quindi lontana da una forma di legittimazione democratica, sembra piuttosto ancora un rimedio della “prima modernità”.

Nella direzione di esplorare nuove forme di partecipazione, notiamo da qualche tempo vari sforzi e tentativi, più ancora in altri paesi che in Italia, di trovare meccanismi per “reintegrare” il potenziale politico espressosi nelle proteste nella democrazia stessa, e di trovare quindi la risposta alla participation crisis. Alcuni pretendono più forme dirette di partecipazione democratica come in Svizzera, effettuate generalmente da referendum. Innanzitutto tale modus darebbe potenzialmente a tutti uguale possibilità di esprimersi, e impedirebbe efficacemente le tendenze oligarchiche dei partiti. Tanti oppongono, però, e con buone ragioni, che un tale sistema per sua natura semplifica troppo le decisioni politiche, perché le varie opzioni vi devono essere proposte in un modo “semplice”, (“sì” o “no”), il che appunto non permette le necessarie differenziazioni richieste. Ma proprio possibili exit strategies dalla crisi, come sono richieste oggi, si presentano come complesse ed incapaci di essere semplificate in una scelta tra “sì” o “no”.

Qualcun altro obietta che forme di democrazia diretta danno in realtà un dominio non irrilevante a chi formula le domande, appunto perché è lui che impone le necessarie semplificazioni delle opzioni ai quali rispondere con un “sì” o con un “no”. Inoltre, un sistema di democrazia diretta si presterebbe a tendenze demagogiche perché consente a leader politici di polarizzare l’opinione politica, identificandosi con posizioni nette che non devono essere esposte alla “fatica del compromesso”. Infine, qualcuno dubita anche del fatto che tali forme di democrazia diretta valorizzino veramente tutti, perché i voti della minoranza nel momento della vittoria della maggioranza “si annullano” non avendo nessuna possibilità di influire, in forma di opposizione o di compromessi, sulla decisione politica. Questi svantaggi della democrazia diretta si relativizzano in Stati piccoli, ma aumentano per Stati grandi come l’Italia e la Germania, come del resto notava già il massimo teorico di questa forma di democrazia e cioè Rousseau.



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