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IDEE/ Così si può battere l’alleanza perversa di partiti e tecnocrati

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Gli indignados spagnoli  Gli indignados spagnoli

Tutte le forme di partecipazione diretta realizzano quindi lo stesso svantaggio di giovare maggiormente a quella parte della società che ha la formazione, l’interesse, il tempo e i presupposti economici per avvantaggiarsene e che quindi sa di “articolarsi” tramite questi canali. Inoltre tali forme di partecipazione diretta spesso arrivano troppo tardi, perché la maggior parte della popolazione non si lascia entusiasmare per i temi ancora in una fase molto preliminare ed astratta di progettazione. I temi diventano tanto più appetibili per il pubblico quanto più concreti sono, ma a un tale punto spesso è già troppo tardi per fermare o modificare un progetto pubblico. In questo stadio, infatti, spesso le frontiere del discorso sono già irrigidite e poco suscettibili di compromesso.

Un’ulteriore considerazione ricorda che la politica deve sempre essere legittimata su basi democratiche, e non soltanto in quei momenti puntuali di decisioni che sono in grado di suscitare un sufficiente audience pubblico. Questa esigenza riduce di molto le possibilità di una maggiore partecipazione diretta. In Italia, tra il 1971 e il 2010, la partecipazione ai referendum è stata in media del 53 per cento, mentre il l’87 per cento della popolazione ha votato per il parlamento nazionale. Persino nel paese esemplare quanto a “democrazia diretta”, la Svizzera, il quadro non cambia, ma si ripropone addirittura a livello fortemente ridimensionato: ad una partecipazione nei referendum de 42,5 per cento nello stesso periodo corrisponde una partecipazione a livello federale del 47,8 per cento. Sempre vale il fatto che soprattutto i ceti medio-alti realizzano il loro diritto di voto.

Nei confronti di questi dati, allora, si pone con maggiore incidenza la domanda di quali strategie intraprendere per trovare nuove forme di partecipazione politica. Innanzitutto conviene costatare che “realizzare” la “partecipazione politica” non significa una presa di posizione incondizionata per forme dirette: esse non sono prive di problematiche di legittimazione democratica, e anche nella prassi non dimostrano di avere i risultati auspicati. Innanzitutto sono da considerare criticamente nel loro rischio di escludere chi non può o non vuole esprimersi. Bisogna, infatti, considerare che esiste anche il diritto di non esprimersi – e che chi non si esprime (o perché non vuole o perché non può) non deve trovarsi escluso dalla legittimazione democratica. Questo contraddirebbe al suo “diritto di riconoscimento”, secondo Honneth, e quindi ai suoi diritti fondamentali. E’ da evitare, in altre parole, di realizzare, anche se inconsciamente, una sorta di «tirannia della partecipazione» (Norbert Kersing) – per specificare l’argomento della «tirannia della maggioranza» di Tocqueville e Rosmini sulla problematica partecipativa. La strada proposta da Mouffe e Laclau, sostenute anche da Liotti, che l’«antagonismo politico» dovrebbe svegliare una nuova «passione politica» per risolvere la participation crisis, misconosce quindi in maniera pericolosa la dimensione fondamentale dei diritti individuali: la “partecipazione” non deve diventare mai tirannica ma esprimersi attraverso diritti fondamentali. Se quindi questi autori cercano di recuperare sul fronte sinistro l’idea di legittimazione diretta di Schmitt, specificando che ogni gruppo sociale si definisce soprattutto attraverso la contrapposizione agli altri gruppi, strumentalizzano in modo pericoloso la “lotta” sociale e rischiano di sacrificare la solidarietà nazionale e il “bene comune” attraverso le differenze dei partiti. A questo punto, si capisce maggiormente – ex negativo – che questo “bene comune”, in termini democratici, appunto è soprattutto la “partecipazione politica” che non viene incentivata ma messa a rischio dalla “lotta” sociale.



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