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IDEE/ Così si può battere l’alleanza perversa di partiti e tecnocrati

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Gli indignados spagnoli  Gli indignados spagnoli

“Partecipazione” in questo senso del “bene comune”, quindi del “diritto” di tutti, significa allora che ciascuno deve avere le possibilità ad innescare e ad integrare nel processo democratico positivamente i propri potenziali, senza ledere il diritto di quelli che per vari motivi si astengono. Più di forme dirette di democrazia si tratta quindi di meccanismi volti ad assicurare la trasmissione delle posizioni e delle idee dalla base fino al livello dell’effettiva decisione politica. Ma in quale modo un fatto così “spontaneo” come l’interesse e la mobilizzazione politica della popolazione può essere “canalizzato” politicamente? Fenomeni come la Piratenpartei (“partito dei pirati”) in Germania che nel parlamento di Berlino ha ottenuto l’8,9 per cento dei voti, difficilmente può essere una soluzione, in quanto tali movimenti di protesta non articolano proposte costruttive. Nel momento in cui sono chiamati ad assumersi responsabilità politica, sono costretti ad indossare la veste istituzionale. Generalmente, infatti, non è possibile “istituzionalizzare” la spontaneità e la protesta, ed iniziative che iniziano come movimenti di protesta a lungo andare non possono evitare di diventare partiti affermati e in grado di condividere molto di ciò che prima avevano criticato.

Piuttosto, quindi, la nuova partecipazione politica deve avviarsi attraverso una riforma dei partiti istituzionalizzati che per la loro tendenza oligarchica sono i primi responsabili alla participation crisis della nostra democrazia. Come può avvenire, però, una tale riforma dei partiti?

A parte l’esigenza già nota di più trasparenza dei loro lavori, i partiti dovrebbero cercare di impegnarsi maggiormente nella comunicazione con i cittadini e nel loro coinvolgimento a partire dalla base – lì dove è legittimamente radicato il processo di formazione della volontà politica di una popolazione. A questo livello, poi, e meno nel processo di elezione e decisione politica stesso, sarebbero da considerare anche tutte le forme possibili di e-democracy, da rivalorizzare quindi soprattutto a livello consultivo. Ma dato il fatto accennato che anche i mezzi elettronici sono selettivi, nel lavoro dei partiti essi non possono pretendere il monopolio. Le nuove tecnologie non sostituiscono la fatica da parte della politica di impegnarsi concretamente per tutte le generazioni e maggiormente per quelle giovani.

In questo modo, di maggiore partecipazione nella fase di consultazione, informazione, comunicazione ed articolazione delle opinioni da parte dei cittadini, la politica riacquisisce la consapevolezza di doversi collocare molto di più sul livello della società civile, e non direttamente al livello astratto dello Stato dove rischia di rinchiudersi in processi meramente formalizzati. Il luogo della partecipazione è la società civile, e se l’attuale participation crisis è l’occasione per la popolazione di appropriarsi maggiormente del processo democratico, nel senso di Beck, allora potrebbe avvenire in maniera costruttiva – e non di “lotta” – la participatory revolution. Dobbiamo riscoprire l’effetto civile e costruttivo insito nella democrazia, invece che il “pericolo” per i partiti istituzionalizzati e per i mercati: per Mill e Tocqueville è la partecipazione che genera cittadini migliori.

L’importante è che si riesca ad istituzionalizzare una nuova partecipazione vera, non limitata ad alcuni gruppi di interesse. In questa direzione si stanno sperimentando da alcuni anni proposte molto interessanti. In Francia si sta facendo strada il modello del débat public, svolto per la prima volta in occasione della linea di alta velocità tra Lione e Marsiglia, e formalizzato con la legge Barnier del 1995. Dal 2002 sono stati svolti 31 débats publics che in cinque casi hanno avuto il risultato di far ritirare il progetto in causa, mentre in tutti gli altri casi hanno aperto a modifiche.



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