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ARTE/ Il mosaico di Rupnik: così la fede cambia il volto della materia

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Foto: Stefano Ciol  Foto: Stefano Ciol

Le mie considerazioni preliminari e immediate si sono appuntate su due aspetti evidenti: la lavorazione assolutamente magistrale del mosaico, di una ricchezza inventiva e tecnica davvero prodigiosa, contrapposta al disegno che non sembra tener conto dell’evoluzione dell’arte contemporanea e di tutti quegli stimoli di cui essa si nutre provenienti dal mondo di oggi.

La manifesta riluttanza dell’opera a richiamare l’immaginario contemporaneo o a rifarsi con studiate citazioni stilistiche a un momento dell’arte del passato e, piuttosto, la volontà di illustrare il racconto con la più onesta semplicità, mi lasciava perplesso e mi ha portato a dibatterne anche vivacemente. D’altra parte una simile prudenza non rispecchia l’atteggiamento di tutta la Chiesa che in alcuni esempi (che a me paiono poco riusciti ma di cui occorre avere considerazione) come il Duomo di Reggio Emilia o la chiesa del Santo Volto di Gesù a Roma si adegua alla più dirompenti espressioni del contemporaneo.

Come scrive giustamente Camisasca, però, questa particolare opera è nata per aiutare la preghiera, e la sua presenza fisica, quando ci si trova all’interno della cappella, è di fatto coinvolgente. Innanzi tutto è riferita con sensibilità al contesto architettonico di sobria e austera qualità che la ospita, un fabbricato degli anni sessanta inserito in un bel parco alle periferia di Roma, e poi è “parlante” per il modo in cui le tarsie reagiscono alla luce nei vari momenti della giornata, sottolineando con imprevedibili chiaroscuri i vari momenti del racconto biblico. Allora ci si rende conto della straordinaria brillantezza di ogni dettaglio e di un disegno in cui ciò che pareva semplicità eccessiva si rivela elegante e discreto contrappunto alla Parola. La liturgia, accompagnata da un canto perfettamente unisono, determina in quell’ambiente momenti di rara e profonda meditazione e il senso di sovrana unitaria bellezza che ne scaturisce è una guida invitante a una più alta compenetrazione con il Mistero. Insomma, l’esperienza diretta di un’opera d’arte, con una coscienza più avvertita di ciò che deve suscitare, cambia la percezione che se ne ha, nel bene o nel male. 

Questa scoperta apre a molte domande sull’estetica, sia nel mondo ecclesiastico, laddove non è strettamente destinata al clero, diversamente dal caso in esame, sia in tutte quelle manifestazioni artistiche create da chi mette al principio del proprio agire un supremo pensiero religioso. In qualche modo forma artistica e “splendore del vero” sono legati, talora in maniera nascosta, altre volte evidente, e questa piccola esperienza ci dice quanto sia importante calarsi nel vivo delle opere  e delle persone che così le hanno volute per intuire il nesso che congiunge l’anelito umano e la Divinità per mezzo delle stupefacenti invenzioni dell’arte.



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