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HAVEL/ La vera fede di Vaclav? Incontrare Dio sulla soglia

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Václav Havel (Ansa)  Václav Havel (Ansa)

«Havel per me non è solo un’autorità morale, ma anche il prototipo dell’uomo di fede che, prendendo sul serio il proprio rapporto verso l’altro, vive con altrettanta serietà anche il rapporto con Dio» – ha scritto l’arcivescovo Duka in memoria del suo amico e compagno di detenzione nelle carceri della Cecoslovacchia comunista. E padre Halík, una delle personalità più in vista della Chiesa ceca, ha sottolineato che saremo giudicati «per la nostra fede resa visibile dalle opere, e non per le nostre opinioni religiose». Per lui Havel si inserisce nella «religiosità schiva» tipicamente boema, non per questo priva di autenticità. 

Non è possibile parlare del rapporto fra Havel e la trascendenza riducendolo ad una «religione etica moderna» come fu quella del primo presidente cecoslovacco Masaryk, il quale esercitò il suo carisma anche sul futuro padre del drammaturgo. Ripudiando il cattolicesimo tradizionale, percepito come legato all’odiato potere asburgico, V. M. Havel (1897-1979) fu attivo nella World Students’ Christian Federation, finendo poi per entrare in contatto con la massoneria.

Suo figlio, il drammaturgo Václav, conosce invece il cristianesimo in un ambito storico e sociale completamente diverso (il sistema post-totalitario e la lotta antireligiosa), grazie soprattutto ai coloriti personaggi che animano la comunità del dissenso, fra i quali gli amici filosofi che sono i veri destinatari delle famose «lettere a Olga» scritte dal carcere, coloro che raccolgono le sue riflessioni e lo accompagnano nell’affascinante ricerca della verità. 

Possiamo identificare l’anima della religiosità haveliana in una lettera dell’agosto 1980 dove, ribadendo di non essere «propriamente un cristiano e cattolico», parla di Dio come dell’«orizzonte senza il quale niente avrebbe significato e io stesso non esisterei nemmeno». In una successiva missiva accusa la mancanza dell’«ultima goccia» che gli permetterebbe di riconoscere «un Dio personale»,  pur ammettendo «una vicinanza al sentire cristiano». In carcere rispetta persino alcuni gesti di devozione, come il digiuno pasquale, e con la scusa di organizzare un Circolo degli scacchi permette a Duka di celebrare la messa durante il «torneo». 

Questo avvicinamento senza preconcetti alle tematiche religiose stupisce anche la comunità del dissenso in cui si diffonde la voce della sua presunta conversione, e ciò contribuisce a rafforzare la coscienza stessa della comunità, per la quale il cristianesimo rappresenta un’alternativa all’ideologia comunista.

Anche nei suoi testi teatrali emergono tematiche legate alla responsabilità, alla coscienza, alla vita nella verità, alle domande ultime che caratterizzano l’anima dell’uomo. Si prenda ad esempio uno dei primi testi, Difficoltà di concentrazione (1968), dove fa dire a un personaggio: «Dunque la felicità per un verso costituisce qualcosa di molto instabile, fuggevole, mutevole, mentre per un altro verso appare come qualcosa di notevolmente stabile, giacché l’uomo desidera sempre essere felice, quindi è una specie d’ideale verso il quale l’attività umana s’indirizza costantemente, ma che in sostanza l’uomo non può mai raggiungere appieno.



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COMMENTI
02/01/2012 - Havel come sintesi dell'Europa (sante maletta)

Grazie a Bonaguro per questo ritratto che ci fa capire bene la grandezza di Havel, vero laico e quindi vero homo religiosus.