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DIBATTITO/ Barcellona: crisi dello spread o crisi del rancore?

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Durante il New Deal, negli Usa (immagine d'archivio)  Durante il New Deal, negli Usa (immagine d'archivio)

Le ricorrenze spingono sempre a ricordare i tempi passati e a misurarli con quelli presenti. Non è soltanto la nostalgia per le cose che non ci sono più, ma un criterio di misura di ciò che accade attorno a te confrontato con le esperienze che hai fatto. 

Era il Natale del 1943. Eravamo fuggiti in una notte di aprile verso le montagne per sottrarci ai bombardamenti che avevano colpito duramente la nostra città. Stavamo tutti stipati in una casa di campagna con i miei cugini, i miei zii e la mia nonna paterna, e passavamo quasi tutto il giorno in un palmento di pietra lavica, coperti da materassi e cuscini mentre sopra di noi volavano bombe e granate dalle portaerei americane, ancorate nel golfo di Catania, verso le colline dove ancora resistevano gruppi di soldati tedeschi. Si viveva tutto il giorno con la paura di poter essere colpiti, così a metà strada come eravamo tra i due opposti fronti, e tuttavia lo stare insieme con i cugini, le mamme e la nonna ci faceva vivere una gioiosa esperienza di comunità, e trovavamo sempre l’occasione per fare scherzi e burle, probabilmente inconsapevoli della realtà dei pericoli che correvamo. La notte prima del Natale, mio zio, padre dei miei cugini, tornò da una escursione nelle campagne circostanti portando alcuni pezzi di un agnello macellato clandestinamente. Mangiavamo da molti giorni carrube e granaglie, e quell’agnello sembrò a tutti un dono meraviglioso. Ricordo mio zio con un gran cappotto nero che appariva sulla porta del palmento con questi pezzi di agnello in mano e il coro gioioso che subito si dispiegò. Venne arrostito sulla legna alla meno peggio, e tuttavia fu una delle cene più belle della mia vita. 

La guerra è per certi aspetti il compimento estremo di una crisi che spinge gli uomini ad uccidersi reciprocamente con ferocia e crudeltà. Tuttavia quel Natale del ’43 è rimasto nella mia memoria come uno dei momenti in cui mi sono sentito accolto amorevolmente da tutte le persone che si trovavano con me. Ho provato una grande gioia e una grande speranza. 

Io credo che l’esperienza della guerra, sia pure vissuta da un bambino di sette anni, metta in contatto quasi immediato con tutti gli orrori che accompagnano la nostra condizione umana nelle varie epoche. Chi non ha fatto l’esperienza della guerra ha sicuramente una percezione relativamente più lieve della paura della morte. La guerra è il precipitare estremo della crisi proprio perché mette in scena la violenza senza ragione e ti lascia impotente nell’attesa di ciò che può accadere. 

Ho vissuto con intensa partecipazione emotiva i Natali degli anni settanta, quando sembrava che tutto il mondo si trovasse alla soglia di un grande cambiamento epocale e che, sia pure tra lotte e dolori, stesse nascendo un mondo nuovo. Ero già sposato, con tre figli, e la mia casa veniva scelta dai miei genitori come luogo di raccolta di tutti i parenti. La cosa straordinaria che ho sperimentato in quei tempi era il rapporto forte e intenso tra le diverse generazioni. I nipoti amavano i nonni, e i nonni apparivano agli occhi di noi figli e dei nostri amici come i testimoni di una continuità destinata a proiettarsi nel futuro, capace di garantire a tutti la possibilità di intrecciare le difficoltà presenti con i sogni e le fantasie di anni sempre migliori. 



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COMMENTI
13/01/2012 - Come superare la crisi ? (Daniele Prof Pauletto)

"Come? Non lasciando nessuno da solo. Ascoltandoci tutti, anche quelli che, secondo la logica borghese e giustizialista, non se lo meriterebbero. Non bisogna lasciare nessuno da solo"

 
30/12/2011 - sano realismo (vincenzo ioculano)

Nella Santa Messa del Santo Natale, nell'omelia il mio parroco ad un certo punto ha detto che la nostra felicità non dipende dall'andamento dello spread, come ci vogliono farci intendere, ma da quel Bambino che è nella mangiatoia. Auguri