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150 ANNI/ Perché l’"identità italiana" è una questione ancora aperta?

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Il 12 febbraio 2011 monsignor Negri è intervenuto, a Roma, nella Sala della Promoteca Capitolina del Campidoglio a un Convegno promosso da Alleanza Cattolica, associazione da anni meritoriamente impegnata nella promozione e nella produzione di queste ricerche storiche e di cui è testimonianza un importante volume che non propone gli atti del Convegno (e che quindi non contiene il testo di Negri), ma rilancia, attraverso saggi di storici non professionisti (Oscar Sanguinetti, Marco Invernizzi, Francesco Pappalardo, Giovanni Cantoni) ma quanto mai necessari nel nostro tempo, il valore di quelle interpretazioni.

Da alcuni mesi circola anche una mostra a cura del Centro Culturale Cattolico San Benedetto, in collaborazione con le edizioni Ancora (e della quale è disponibile il catalogo), che ha il merito di dedicare ampio spazio a quelle figure del mondo cattolico italiano dell’Ottocento (Niccolò Tommaseo, Cesare Cantù, Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e soprattutto Antonio Rosmini, senza dimenticare lo stesso Pio IX e monsignor Giovanni Corboli Bussi a cui accenna Alberto Torresani in una delle introduzioni alla mostra) accumunate dall’essersi fatte paladine, seppur in modi diversi, di una soluzione federalista al problema dell’unificazione italiana e che risultarono sconfitte dallo schieramento facente capo a Camillo Benso di Cavour e a Giuseppe Garibaldi (L’Unità d’Italia. Una storia di persone e di idee, Centro Culturale Cattolico San Benedetto-Edizioni Ancora 2011).

Benedetto XVI, infatti (ed è questo un altro motivo di interesse del libro di Negri), scrivendo, nel suo messaggio al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il processo di unificazione politica italiana costituì “il naturale sbocco di uno sviluppo identitario nazionale iniziato molto tempo prima”, ha inteso non certo nascondere le ragioni dei vinti dietro la maschera dell’unità politica quale effettivamente si realizzò. Il Papa, al contrario, ha inteso sottolineare come, se un’unificazione politica dell’Italia si poneva, alla metà dell’Ottocento, come compito necessario e vantaggioso per la Penisola, la modalità con cui essa venne realizzata non si fondò sull’identità cattolica del popolo italiano. E ciò per diversi motivi, non ultimo la questione educativa, che, in netto contrasto con la prospettiva (già in nuce sussidiaria) emergente da due poco note quanto fondamentali encicliche di Leone XIII (Immortale Dei e Libertas del 1885 e del 1888) incentrate attorno al richiamo della limitazione del potere politico di fronte alla libertà della persona e ai diritti della verità, venne concepita come di esclusiva competenza dello Stato.

Un’alternativa, ancora negli ultimi mesi del 1848, si sarebbe potuta realizzare, se il Primo ministro di Pio IX, Pellegrino Rossi, il 15 novembre di quell’anno, non fosse stato pugnalato nel cortile del Palazzo della Cancelleria a Roma per volontà di un estremismo democratico che di lì a poco avrebbe dato vita alla Repubblica Romana e se, un mese prima, il Governo piemontese avesse lasciato libero Antonio Rosmini di condurre “a modo suo” la missione diplomatica presso Pio IX, trattando cioè col Pontefice il concordato con il Piemonte e una Confederazione di Stati italiani.



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