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MEDIOEVO/ Quando i grandi "capitalisti" si interrogavano sul senso della vita

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599)

È in questo contesto che si poneva quella problematica di mercanti e banchieri circa la liceità dei propri guadagni. Molti, nel dubbio, si preoccupavano di restituire nei loro testamenti quanto ottenuto forse illecitamente. Altri, e sempre più numerosi, destinavano parte dei loro averi in elemosine per i poveri, alcuni mettendo nel conto societario anche “messer Domeneddio”. Come ha affermato Gabriella Piccinni, la nascita dei grandi ospedali cittadini si lega a questa cultura urbana, che fu capace di inventare queste forme civili di stato sociale che si facevano carico dei bisogni della città.

Attraverso i carteggi dei mercanti del tempo, come ad esempio quelli del pratese Francesco di Marco Datini, incontriamo uomini dalla indiscussa capacità negli affari, che tuttavia si interrogavano sull’utilità della loro vita e del lavoro. Il contrario di quella separazione tra etica economica (la logica del profitto) e etica in campo morale che conosciamo per l’età moderna e, in un certo senso, fino ad oggi. Il mercante di Prato non era un individuo isolato, ma considerava di grande importanza l’avere dei soci e non dei dipendenti. Non abbandonò fino alla morte la sua laboriosa e costruttiva attività, fino alla sua ultima impresa: un’opera di carità per i poveri. Destinò anche una somma, la prima che conosciamo, all’Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze per una nuova iniziativa: l’accoglienza degli orfani, gli “Innocenti”.

Agli storici non tocca il compito di proferire sentenze o impartire lezioni. Forse però qualche pregiudizio può essere rimosso: aspirazioni, utilità per il mondo, concezioni ideali non sono parole astratte, ma fattori decisivi dentro il lavoro e le stesse attività economiche.

 

(Paolo Nanni)



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