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MEDIOEVO/ Quando i grandi "capitalisti" si interrogavano sul senso della vita

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1599)

Difficile usare la sola parola “mercato”, senza avvertire il profondo disagio che assale di fronte all’attuale situazione economica mondiale. Ci si rivolge così alla storia per capire, per trovare risposte alle nostre domande. Perché conoscere è sempre la conquista di qualcosa che ci appartiene. Che appartiene, nel caso della storia, al nostro esistere tra le vicende del mondo, nel passato come nel presente. È quasi inevitabile, così, rivolgere la nostra attenzione alle origini di quella economia di mercato che contraddistingue l’Occidente a partire dal Medioevo delle città italiane del XIII-XIV secolo.

Il mercato non fu un’invenzione del Medioevo. Già in età romana esistevano negotiatores (commercianti o bottegai, diremo oggi) e mercatores, mercanti di beni provenienti da terre lontane. Anche l’alto Medioevo, per il quale possediamo una documentazione molto frammentata, conobbe naturalmente scambi e piazze di mercato, soprattutto a partire dal X secolo.

Ma la realtà che ci appare nell’età di Dante, soprattutto nelle repubbliche marinare come Genova e Venezia, o in città dell’Italia centro settentrionale come Milano, Firenze, Siena, Pisa, Lucca – solo per fare alcuni esempi tra i più significativi – mostra un dato di assoluta originalità. I mercanti e banchieri di quelle città divennero il fulcro di una economia di mercato tra Europa e Mediterraneo. Le forme di credito furono uno strumento essenziale per la mercatura; la ricchezza accumulata, risorsa finanziaria per nuovi investimenti. È ben nota la dimensione raggiunta al loro apogeo, quando mercanti banchieri fiorentini finanziavano le più importanti corone d’Europa.

Nella storiografia si è più volte insistito sui limiti imposti a queste attività derivanti dalla condanna morale delle pratiche usurarie da parte della Chiesa. Ma la distinzione tra credito e usura dipende dalle leggi che ne regolano i confini: quel dibattito tutto medievale fu in realtà una riflessione economica di grande interesse sulla formazione del prezzo e sull’utilità del credito. Senza contare che quella concezione del mondo che univa il tempo e l’eterno non era affatto un problema teologico, ma esprimeva una visione del mondo che legava il lavoro e la dimensione sociale, la politica e l’economia.



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