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LETTURE/ Alcuni segreti del "cattolico" Shakespeare

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Chi vivrà vedrà, almeno shakespearianamente parlando. Resta, però, incrollabile una necessità per coloro che, con intelligenza e discernimento, seguono nel corpus (letterale e letterario) del Bardo la rotta criptocattolica (continuo a chiamarla così non per esibizionismo neologistico, ma per far risuonare gli armonici esistenzialmente faticosi della sua obbligata e insuperabile segretezza): si tratta della necessità di evitare tanto la Scilla di chi considera Shakespeare “una sorta di divinità olimpica indifferente nei confronti dei conflitti religiosi dei suoi giorni”, quanto la Cariddi di chi, al contrario, lo rappresenta come “un individuo astuto ed inafferrabile, capace di nascondere le sue ferme e cristalline convinzioni settarie a un regime persecutorio costantemente impegnato nella disintegrazione del dissenso eccessivamente vistoso”  – per citare la formulazione estrema di tale antitesi che è stata richiamata in un interessante volume di John Klause pubblicato nel 2008 (Shakespeare, the Earl and the Jesuit).

Da qualche tempo, il lato criptocattolico (o comunque lo si voglia chiamare) di Shakespeare (che – confesso a scanso di equivoci e non per amor d’esternazione – tendo a considerare più un intero perimetro che un solo lato) lo si vede (finalmente!) affiorare più frequentemente che in passato anche in Italia ed in forme diverse. Lo si intravede, ad esempio, sullo sfondo dell’equilibrio (complessivamente e prudenzialmente) aconfessionale che Piero Boitani mette in mostra nel prezioso Il Vangelo secondo Shakespeare (2009), lasciando i “problemi intriganti” di natura religioso-politico-istituzionale “agli storici, e a quelli della cultura e delle mentalità in particolare” e dipanando un filo – per così dire – tendenzialmente antropocentrico in base al quale “Shakespeare ha costantemente presente il Vangelo cristiano, ma compone, da drammaturgo supremo e libero quale egli è, un testamento (sono le sue ultime opere) suo: il Nuovo Testamento di William Shakespeare”.  

Sono, invece, insolite per la scena editoriale italiana l’adesione personale, la determinazione interpretativa, la solidità progettuale e la coerenza confessionale (del soggetto esaminato e dell’autrice) con cui il lato criptocattolico di Shakespeare si manifesta in un saggio recentissimo di Elisabetta Sala dal titolo assai suggestivo: L’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente? (Edizioni Ares, 2011, pp. 460, euro 24). Le risposte a tale interrogativo che vi emergono sono spesso convincenti grazie a un paziente lavoro di ricostruzione dello status quaestionis e di revisione ermeneutica di luoghi shakespeariani spesso troppo frettolosamente dati per acquisiti: alla fine della lettura, non si può non convenire con l’autrice che, in generale, “l’enigma di Shakespeare si fa meno enigmatico, la sua passione per il teatro si fa missione segreta. Perché le sue simpatie, a quanto emerge in modo sempre più chiaro da studi autorevoli, andavano con la minoranza perseguitata e le sue opere cercarono, più o meno cautamente, di dar voce a chi non aveva più il diritto di parlare”.



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