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ARTE/ La Biennale di Venezia e quelle opere che hanno abbattuto gli steccati

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Veduta di Venezia (Imagoeconomica)  Veduta di Venezia (Imagoeconomica)

L’edizione 2011 della Biennale di Venezia si è chiusa con un record di 440mila visitatori, il 18 per cento in più dell’edizione 2009 (che era già il massimo risultato ottenuto dalla mostra veneziana). La media giornaliera è stata di 2.850 biglietti, il 31 per cento alla tariffa di giovani e studenti. Insomma, indubbiamente un successo interessante che rilancia Venezia come capitale mondiale dell’arte contemporanea, anche grazie ad una serie di avvenimenti concomitanti che hanno attirato in laguna tutto il gotha, i galleristi, gli artisti e gli appassionati. Ma va sottolineato che il successo della Biennale 2011 è dovuto anche all’attenzione verso un pubblico più vasto, come dimostra il boom di tutta l’area educational e delle visite guidate, raddoppiate rispette al 2009: una buona idea per rendere meno ermetica ed esclusiva l’arte contemporanea e per moltiplicare le opportunità lavorative attorno a un grande evento come la Biennale…

A questo punto chi si è perso la Biennale 2011 si chiederà cosa abbia determinata tanto successo, visto che l’arte contemporanea viene guardata sempre con scetticismo dal grande pubblico. Insomma, chi ha perso la Biennale che cosa si è perso? Tranquillizzo subito tutti: non c’era nulla di memorabile e di destinato a passare alla storia in questa edizione 2011. La curatrice era svizzera, Bice Curiger, ed ha eseguito il suo compito con disciplina, con pulizia, senza uscire dai binari di una compostezza senza sussulti.

L’artista vincitore del Leone d’Oro, Marclay, ha portato un’opera, O’ Clock, sofisticata e spaesante nei suoi meccanismi, un film di 24 ore in cui sono montate sequenze tratte da altri film in cui compaiono orologi: e l’ora “virtuale” coincide sempre con quella reale del momento in cui lo si guarda (ma era già stato visto alla Pace Gallery di New York dove aveva messo migliaia di spettatori in fila). L’opera forse più bella era un enorme gruppo scultureo in cera di Urs Fisher, svizzero, che come una candela si consumava giorno dopo giorno, sino a finire in nulla (uno visitatore a grandezza naturale che guardava la copia di un grande gruppo del Giambologna). C’era un bell’omaggio a un grande artista come Sigmar Polke, ma le sue opere più belle le si vedevano in realtà a Punta della Dogana nel cuore della collezione Pinault. Di pittura ce n’era poca e la poca che c’era usciva a pezzi nella micidiale confusione del Padiglione Italia. E allora dove sta l’interesse e l’attrattiva della Biennale? Non credo di avere una risposta in tasca, ma capisco che la domanda richiede risposte non schematiche o dettate da preconcetti.



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