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IDEE/ Se la crisi fa ammalare il nostro desiderio

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Oggi, nel tempo della post-modernità, la tristezza esistenziale, di per sé cifra individuale, ha traguardato una dimensione collettiva, diffusa e parcellizzata. Particolarmente vulnerati dalla diffusa tristezza, le persone più giovani manifestano un disagio, che è sotto gli occhi di tutti e che si ripropone in forme molteplici e cangianti, dietro le quali, tuttavia, è possibile intravedere un denominatore condiviso.

In un articolo di qualche tempo fa, Marco Lodoli, osservatore attento dei problemi del mondo giovanile e della scuola, raccontava di quell’insegnante delle superiori che, entrato in classe, voleva interrogare un’alunna su un brano letterario esposto nella lezione precedente, ma l’allieva rifiutava. E non perché non avesse studiato o perché non ricordasse la lezione, ma perché non riusciva a tollerare quel minimo di tensione emotiva implicato anche nella più distesa e amichevole delle interrogazioni: “Non voglio soffrire neanche un minuto!”, si giustificò con il professore.

La fisiologia insegna che quando il patimento fisico diventa troppo intenso e troppo lungo, l’organismo comincia a produrre sostanze che tendono a contrastarlo, bloccando i recettori nervosi e innalzando la soglia di tolleranza al dolore. Allo stesso modo, a fronte della serpeggiante tristezza, viene ricercata la distanza dalle emozioni negative. Il volto di questo distanziamento è paradossalmente quello della fuga maniacale, dello star lontano il più possibile dal sentire e dallo stare a contatto con la sofferenza,  in una dimensione di cronica sovraeccitazione. 

Qualche volta ci si ferma all’inflazione dei contatti virtuali (i cento, mille amici di Facebook o Twitter) o allo stordimento in mondo sonoro permanente. Altre volte non basta, e si ricorre alle sensazioni forti, proprie di tutti i comportamenti che mettono a rischio la vita stessa, attraverso dipendenze vecchie (alcol, droghe) e nuove (gioco d’azzardo patologico, sex addiction), oppure con la guida spericolata. O ancora, secondo le tendenze più recenti, attraverso il balconing (saltare da un balcone o da una finestra posti a un piano elevato direttamente all’interno di una piscina o di un altro balcone mentre il salto viene ripreso per poi essere caricato su siti web di filmati), l’eyeballing (versarsi vodka o rum o assenzio negli occhi traguardando una distorsione percettiva), il binge drinking (bere non meno di cinque alcolici diversi in due ore e a digiuno) o lo choking (autocompressione della carotide per bloccare per alcuni secondi l’afflusso di sangue al cervello e raggiungere così una condizione di euforia). Gli adulti si scandalizzano, discutono, analizzano, o si spaventano, ma anche loro sono nell’ingranaggio: anche loro si difendono dalla tristezza, agendo comportamenti di evitamento, di distrazione o di stordimento. 

Sembra davvero così difficile traguardare la “sovranità sul male dell’umana libertà” (Card. Angelo Scola, nel Pontificale solenne per la Festa della Dedicazione della cattedrale di Milano nell’ottobre scorso). Se così fosse, allora non resterebbe che arrendersi al più cupo pessimismo, come nella recente rilettura del Faust fatta dal regista Sokurov (Leone d’oro a Venezia 2011), che rinuncia all’irreale panteismo di Goethe per approdare al più sordido cinismo (“il bene non esiste, ma il male sì”).



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