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IDEE/ Se la crisi fa ammalare il nostro desiderio

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In questo contesto, la crisi può ben prestarsi ad essere lo scenario della parabola agonica e crepuscolare della civiltà dell’Occidente (terra del tramonto). Oppure può rappresentare la circostanza che rimette in moto il desiderio di felicità e l’agire per il bene.

Del resto, fu proprio la devastante crisi economica e sociale della Francia di fine settecento, che diede inizio a un movimento di idee e di azioni che hanno cambiato il mondo in maniera sensibile.

E non era la prima volta. Nei primi secoli dell’era cristiana, nell’epoca segnata da una strutturale precarietà, con un’elevatissima mortalità infantile e un’aspettativa di vita di 30 anni per le donne e di 45 per gli uomini, grande impulso alla diffusione del Cristianesimo è stato dato da quelle ricorrenti grandi epidemie (peste, vaiolo, colera) che, sterminando milioni di persone, costituivano momenti acuti di “crisi”. E non, come sostengono alcuni intellettuali agnostici, per la mera promessa di una “vita eterna” a consolazione della vita presente così precaria e dolorosa, bensì per l’operosità che procede dalla fede nel Risorto. Gesù aveva tracciato la strada: “ama chi ti è prossimo come te stesso!”. E così si faceva. Non più allontanati dal consorzio civile e abbandonati a se stessi, gli infetti venivano soccorsi e assistiti con i tre principi che, di norma, fondano la cura di sé: alimentazione, idratazione e igiene. Accorgimenti questi che, da soli, in un epoca in cui gli antimicrobici erano ancora di là da venire, erano in grado di abbattere del 25-30 per cento la mortalità.

Eppure, si stenta a raccogliere la sfida rappresentata dalla crisi, preferendo scelte di vita sempre più fragili. Senza entrare nel merito del giudizio sulla vita e sulla morte di un uomo, che è sempre non proporzionato, o inopportuno, o irrispettoso, non può essere taciuta l’amarezza esperita in occasione della morte per “suicidio assistito” di Lucio Magri in una clinica elvetica, per l’eco risuonante, e dissonante, nei media. Il messaggio che ha commentato un gesto estremo di solitudine e di perduta speranza a molti è apparso fuorviante. Fuorviante per l’equivoca definizione di libertà, fuorviante per la problematica interpretazione “politica”, fuorviante per l’incondivisibile stravolgimento dell’agire medico, fuorviante per aver letto come affermazione e realizzazione di sé il fallimento “della politica, della cultura, della società, dell’assistenza e, forse anche – ed è la cosa più dura da ammettere – dell’amicizia e degli affetti” (dalla Nota del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore del 30 novembre 2011). 

In un periodo di crisi profonda, che non è solo economica e sociale, ma è anche politica e morale, la Speranza, ultima dea, non va uccisa, bensì custodita e alimentata. Per cambiare. Per non morire suicidi a nostro modo, per non dire, come cantava Tenco, che “un giorno dopo l’altro la vita se ne ve/ e la speranza ormai è un’abitudine”.



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