BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IMMACOLATA/ P. Lepori (cistercensi): chi salverà la nostra umanità ferita?

Pubblicazione:

Raffaello, Madonna Sistina, 1513-14  Raffaello, Madonna Sistina, 1513-14

L’uomo, solo, si ritrova in una condizione di abbassamento e di chiusura che contraddice la sua sete di felicità. Questa condizione è una valle di lacrime, perché il cuore non può essere che triste, può solo piangere quando percepisce di ritrovarsi chiuso in una condizione che contraddice la sua natura, che contraddice ciò per cui si sente fatto, che contraddice il suo profondo desiderio. Dalla valle di lacrime non si esce da soli, non si esce perché si vuole uscire. Occorre un aiuto; occorre qualcun altro, capace di accompagnarci, di guidarci. Tutta la Divina Commedia di Dante è il poema dell’uomo accompagnato verso il suo destino, verso la liberazione, verso la sua vera felicità; dell’uomo che accetta di essere guidato, che accetta di seguire e di domandare a coloro che con la ragione e la grazia possono, in nome di Dio, condurlo alla Salvezza. È dunque il poema dell’uomo che accetta di seguire la Chiesa.

Il vero grido del nostro cuore - Ma prima che dalla valle di lacrime esca l’uomo accompagnato verso il suo destino, occorre che da questa valle di lacrime esca il grido, il gemito; un gemito che, prima di essere sentito da chi ci aiuterà, deve essere sentito da chi l’esprime, o, piuttosto, da chi lo porta in sé, senza volerlo, senza veramente saperlo. 

Non è vero che sappiamo gridare, sospirare, gemere, piangere, per riprendere semplicemente i termini utilizzati nel Salve Regina. Infatti, queste espressioni del desiderio, queste espressioni del bisogno, noi le soffochiamo. Le soffochiamo nei nostri lamenti, nei nostri rancori, nelle nostre accuse rivolte agli altri. Quando gridiamo, non gridiamo veramente: facciamo dei capricci, come i bambini che battono i piedi, che rompono i loro giocattoli, che si liberano violentemente dalle braccia della loro mamma. 

Gridiamo perché i nostri progetti e desideri non sono soddisfatti, non per esprimere l’attesa di un altro, il bisogno di un altro. Analizziamo un poco le nostre grida, i nostri gemiti, le nostre lacrime: domandano un altro o domandano qualcosa? Chiedono la presenza di qualcuno, o semplicemente ciò che desideriamo, ciò che vogliamo. E spesso, le nostre grida sono così ripiegate sul nostro progetto che anche quando chiedono un’altra persona, la riducono a una cosa, a una cosa secondo i nostri desideri, una cosa fabbricata da noi, che deve corrispondere al nostro progetto, dunque al nostro possesso. «Ho bisogno di te, per tenerti e usarti come voglio!»: è questa la traduzione di molte nostre grida e gemiti rivolti agli altri e anche a Dio.

È come il gemito di Marta: «Ho bisogno di mia sorella, affinché sia e faccia ciò che voglio!» (cfr. Lc 10,40). Allora, Gesù la richiama, non a far niente, non a lasciar perdere la preparazione del pranzo, ma a spingere il bisogno del suo cuore e il suo grido fino a Lui, fino a Gesù presente nella sua vita, come fa sua sorella Maria. Il problema non è ciò che si fa o non si fa; il problema non è essere chiamati a una vita più contemplativa o più attiva: il problema è spingere fino alla fine il grido del nostro cuore, il bisogno del nostro cuore: di spingerlo fino a Cristo, fino al bisogno di Cristo. Ma «spingere» non è il termine migliore. Non si tratta di «spingere» il nostro desiderio, ma di lasciarlo andare verso il suo vero fine, di non riprenderlo ripiegandolo sul nostro progetto, che è sempre più meschino del progetto del Dio che ha fatto il nostro cuore. Si tratta dunque piuttosto di lasciare che il desiderio ci trascini fino a Cristo, anche quando questo desiderio emerge in noi in una situazione terra terra, come il pranzo che sto preparando o il fastidio davanti alla pigrizia di mia sorella, del mio collega di lavoro o l’atteggiamento del tal membro della mia comunità. La vita è un efficace strumento per «spremere» dal nostro cuore il desiderio di Dio, ma troppo spesso, quel desiderio che, per sua natura, è destinato al Signore, lo rinchiudiamo subito nella pentola, con lo spezzatino che cuoce male.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >