BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IDEE/ Barcellona: cosa c'entra il dolore con la democrazia?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Disordini a Milano (Imagoeconomica)  Disordini a Milano (Imagoeconomica)

Se si riflette in questi termini sulle questioni sollevate dalla divulgazione scientifica che la maggior parte degli organi di stampa, giornali e media, continua generosamente a propinarci, credo che venga rimosso totalmente uno dei temi decisivi per comprendere la condizione degli esseri umani sul pianeta: l’esperienza inevitabile del dolore psichico come caratteristica propria di chi non solo soffre, ma sa di soffrire e se ne chiede il perché. Come ha scritto Nogaro in un libro che chiude la riflessione di Cacciari sul dolore dell’altro, l’esperienza del dolore, e specialmente del dolore mentale, è costitutiva della specificità degli esseri umani ed è il più grande mistero col quale dobbiamo confrontarci.

Vittorino Andreoli, che probabilmente Corbellini iscriverebbe al circolo degli antimoderni superstiziosi, nel suo ultimo libro, dedicato allo psichiatra e al suo paziente, ha scritto con straordinaria chiarezza che si dà una distinzione radicale tra la spiegazione scientifica del dolore e la comprensione del dolore dell’altro, e ha sottolineato giustamente che mentre la spiegazione delle cause del dolore può soddisfare un’esigenza cognitiva, solo la comprensione del dolore mentale può consentire l’istaurarsi di una relazione affettiva che rende possibile l’accettazione della sofferenza attraverso la condivisione, e la stessa trasformazione del dolore in una risorsa per vincere la paura della morte e apprezzare le possibili gioie della vita.

Le stesse considerazioni finali di Corbellini sugli “effetti placebo” (cioè effetti di palliativi non efficaci farmacologicamente), dovuti alla mediazione del rapporto fra paziente e medico, sono clamorosamente in contraddizione con quanto egli stesso afferma sulla natura puramente neurofisiologica dei disturbi mentali. Cos’è infatti l’effetto placebo se non la conseguenza di una risonanza affettiva della cura che il medico offre in dono al suo paziente, come testimonianza della sua presenza come amico e compagno nella vicenda dolorosa? Un amico psichiatra mi faceva notare che nella sua esperienza clinica si era convinto che anche la proposta del farmaco al paziente che soffre può acquistare una funzione simbolica di nutrimento che fa risorgere nel paziente la relazione rassicurante con il seno materno. L’effetto placebo non ha infatti alcuna evidenza scientifica e, anche se sono riscontrabili reazioni neurofisiologiche, esse non vanno imputate al farmaco ma alla relazione interpersonale fra medico e paziente.

Eliminare dall’orizzonte umano il problema del dolore mentale e della decisiva rilevanza della relazione affettiva interpersonale fra il medico e il paziente cancella la storia della condizione umana come lotta collettiva contro il dolore e l’angoscia di morte e rende tutti irresponsabili di fronte al grande problema di come gli uomini hanno combattuto la solitudine attraverso l’amore e la fraternità.

 Il fatto che oggi la depressione sia al primo posto nelle graduatorie sulla sofferenza umana non rappresenta soltanto un progresso delle capacità diagnostiche fornite dalle classificazioni delle neuroscienze, ma un approfondirsi drammatico degli interrogativi di ciascuno di noi sul senso della vita in un contesto sociale che brutalizza ogni aspetto “sentimentale” dell’essere al mondo.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >