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FOIBE/ Zecchi: ecco perché abbiamo tradito la memoria del nostro popolo

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Trieste, Piazza dell'Unità d'Italia (Imagoeconomica)  Trieste, Piazza dell'Unità d'Italia (Imagoeconomica)

Per quanto mi riguarda è soprattutto un romanzo, anche se come ogni romanzo risente di una serie di suggestioni, emozioni, visioni, conoscenze. Ho voluto fare la storia di un padre e di un bambino, raccontare l’importanza dell’educazione là dove la vita diviene dramma. Il tema mi stimolava: quand’ero assessore a Milano partecipavo alle iniziative della Giornata del ricordo, potevo conoscere da vicino le associazioni e la loro memoria storica, che mi appariva di una drammaticità impressionante. Mia nonna poi era triestina e ricordo bene le storie che mi raccontava. L’ultima parte del romanzo (padre e figlio scappano dall’Istria e si stabiliscono a Venezia, ndr) contiene cose che io stesso ho visto con i miei occhi... Se mette insieme tutto questo, ecco che nasce il romanzo.

La vicenda narrata nel romanzo tocca da vicino, oltre che la questione della memoria, anche quella dell’identità italiana. Cosa vuol dire per lei essere italiano?

Non è qualcosa di acquisito una volta per tutte. Ha richiesto un percorso, una maturazione. Per me essere italiani significa appartenere a una storia, a una cultura, a una tradizione. Sento di appartenere molto più ad una tradizione culturale che ad una tradizione politica. È più un fatto di sentimenti che una faccenda statuale o istituzionale.

C’è un problema che tocca la memoria dei popoli e di cui si è parlato di recente anche a proposito della Shoah. Che cos’è che a distanza di tempo «salva» il ricordo e gli permette di sopravvivere alle generazioni?

Il ricordo è un fatto principalmente educativo, e dunque culturale. Per continuare dev’essere legato al senso di un’appartenenza, di una tradizione, al modo in cui questa prende importanza nel presente. Per guardare al futuro dobbiamo pensare al passato dove abbiamo le nostre radici. Ho dedicato il romanzo a mio figlio perché ricordare serve a non farci diventare degli infedeli, infedeli a ciò che di importante è stato nella nostra vita. Per ricordare serve una trasmissione di conoscenze che avviene normalmente attraverso persone, incontri, letture. Famiglia e scuola sono determinanti, o meglio lo erano. Ora hanno abdicato.

Secondo lei l’esodo giuliano-dalmata e i drammi personali che esso ha portato con sé, è un fatto storico concluso o è una ferita ancora aperta?
 



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COMMENTI
10/02/2011 - Ferita negata poi aperta (Antonio Servadio)

La ferita è ancora aperta, più aperta che mai. Anzi si apre solo ora. Perché occultata per molti decenni. Alcuni degli esuli trovavano difficoltoso parlarne con i figli. Nessun cenno vi era nei libri di storia delle scuole frequentate dai figli, nulla di nulla su riviste, giornali, radio e TV. Parlarne significava essere recisamente tacciati di fascismo (anche dai figli stessi), finiva per essere un rivangare trascorsi incomprensibili, incredibili per chi non li aveva vissuti. Questo appariva agli occhi, alle orecchie degli ignari discendenti, circondati da un perfetto nulla, un buco nella storia nazionale. E' molto peggio di una storia negata, è una storia scientificamente occultata, smantellata rapidamente, prima ancora che divenisse storia. In queste condizioni un figlio rigetta quel poco che sente raccontare, che appare "alieno", storia che non c'è, racconto quasi falso, quasi fantasie, improbabili, lontani lunari echi senza riscontri, riferiti a luoghi reclusi oltre una impenetrabile cortina. Luoghi comunque trasfigurati da altre popolazioni. Fino a dopo la caduta del muro di Berlino. Poi trapela poco per volta qualcosa. Si comincia a prendere contatto con quelle origini familiari solo dopo vari decenni, dopo che i genitori sono già trapassati, non possono più rievocare nulla. Un inghiottitoio nero ha divorato e represso il racconto e l'ascolto, per decenni. Ha un preciso nome: ideologia comunista. Una colpa orrenda per il proprio paese.