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FOIBE/ Zecchi: ecco perché abbiamo tradito la memoria del nostro popolo

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Trieste, Piazza dell'Unità d'Italia (Imagoeconomica)  Trieste, Piazza dell'Unità d'Italia (Imagoeconomica)

È una ferita che sanguina ancora, perché non c’è una memoria pacificata, perché troppe situazioni politiche recenti sono state un po’ complici e un po’ reticenti verso tutta questa storia. E secondo me quando un giorno essa verrà fuori in tutta la sua complessità, si capirà finalmente qual è stato il martirio di questa gente. Si capirà che c’è stata una vera e propria pulizia etnica, e quante e quali colpe sono state quelle di non riconoscere apertamente la storia, il suo dramma e le sue complicazioni.

Il nazionalismo ha avuto un ruolo nell’aver enfatizzato, anche in modo distorto, queste vicende?

Mi limito ad osservare che non si può dire, come fece Cossiga, che il concetto di patria è divenuto dopo la guerra qualcosa di difficile da usare perché nel fascismo c’era un enfasi così madornale e fastidiosa che ora serviva una maggiore sobrietà. No, poteva essere usato benissimo, dal punto di vista culturale e politico, senza creare né enfasi né trionfalismi idioti. Quindi c’è una colpa, sì. Quella di storici e di politici timorosi o compromessi. Non dimentichiamo che siamo di fronte ad un popolo ch’è stato vittima di un esilio doppio, dalla sua terra e dalla sua patria, in Istria e in Italia.

Nel corso del romanzo il padre di Sergio, Flavio, passa dall’assenza alla presenza, al contrario della madre, patriota combattiva, che finisce per scomparire, andando in clandestinità. E alla fine il giudizio di Sergio è molto duro: è suo padre ad avergli donato la vera libertà. Perché questo capovolgimento?

Innanzitutto mi premeva il contesto storico. Nives, la protagonista, è una maestra, in fondo una donna intellettuale per quei tempi, con una consapevolezza sociale e politica e la volontà che quelle terre rimangano italiane. È inventata, ma un po’ si ispira a Maria Pasquinelli (uccise il comandante della guarnigione inglese di stanza a Pola il 10 febbraio 1947, giorno della firma del trattato di pace, ndr) che come personaggio storico entra nel romanzo con nome e cognome. Un gesto, il suo, di cui sono sempre stato convinto che fosse qualcosa di più di una ribellione soggettiva a quello che stava accadendo. Ma è una storia che non è nota e che è difficilissimo ricostruire, perché i documenti non ci sono. Il rovesciamento di cui lei parla è in realtà solo narrativo. Volevo una madre che avesse una sua tragicità, da contrapporre ad un padre che si assume un altro tipo di responsabilità, che non è quella di pensare alla grande storia e alla grande politica, ma alla famiglia. Un padre non assente e per questo forse poco «attuale», ma Sergio gliene sarà grato.

(Federico Ferraù)
 



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COMMENTI
10/02/2011 - Ferita negata poi aperta (Antonio Servadio)

La ferita è ancora aperta, più aperta che mai. Anzi si apre solo ora. Perché occultata per molti decenni. Alcuni degli esuli trovavano difficoltoso parlarne con i figli. Nessun cenno vi era nei libri di storia delle scuole frequentate dai figli, nulla di nulla su riviste, giornali, radio e TV. Parlarne significava essere recisamente tacciati di fascismo (anche dai figli stessi), finiva per essere un rivangare trascorsi incomprensibili, incredibili per chi non li aveva vissuti. Questo appariva agli occhi, alle orecchie degli ignari discendenti, circondati da un perfetto nulla, un buco nella storia nazionale. E' molto peggio di una storia negata, è una storia scientificamente occultata, smantellata rapidamente, prima ancora che divenisse storia. In queste condizioni un figlio rigetta quel poco che sente raccontare, che appare "alieno", storia che non c'è, racconto quasi falso, quasi fantasie, improbabili, lontani lunari echi senza riscontri, riferiti a luoghi reclusi oltre una impenetrabile cortina. Luoghi comunque trasfigurati da altre popolazioni. Fino a dopo la caduta del muro di Berlino. Poi trapela poco per volta qualcosa. Si comincia a prendere contatto con quelle origini familiari solo dopo vari decenni, dopo che i genitori sono già trapassati, non possono più rievocare nulla. Un inghiottitoio nero ha divorato e represso il racconto e l'ascolto, per decenni. Ha un preciso nome: ideologia comunista. Una colpa orrenda per il proprio paese.