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IDEE/ Caro Barcellona, l'io non è minacciato dal Capitale ma dall'attentato al Padre

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

La società dei consumi e lo stesso universo virtuale non avrebbero affatto il peso che hanno se non collaborassero e risultassero funzionali nell’alimentare il mito moderno di una soggettività liberata dal peso di contesti e tradizioni, per la quale ogni vincolo (fisico-materiale, ma anche socio-culturale o etico-morale) può tranquillamente essere eluso e sorpassato e con esso il passato che lo rappresenta.

Tanto l’universo del consumo quanto quello dell’immagine si rivelano letali quando si appoggiano ed alimentano consapevolmente questo mito di una soggettività completamente autoreferenziale, senza legami né vincoli, ricca delle mille opportunità costantemente percorribili e sempre rinnovabili. Il vero mercato è quello dei beni che traducono dei sogni, dove ogni merce si accompagna ad un ambiente che ricrea, una leggerezza dell’essere che propone, una soggettività che costruisce, magari anche solo per gioco e consapevole finzione, ma non per questo meno efficace nel restituire quel profumo delle mille opportunità costantemente aperte, tali da consentire di sfuggire ai mille vincoli che, benché ignorati, continuano ad esistere.

La scomparsa della vita interiore indicata da Pietro Barcellona, coincide allora non solo con la perdita del contesto spazio-temporale, ma anche e soprattutto con la progressiva elisione di una memoria personale capace di veicolare le domande fondamentali dell’io. Una tale memoria, che non si riduce alle foto dell’album di famiglia ma ha la pretesa di dire “ciò da cui si viene” e quindi “ciò che si è”, è pervicacemente e reiteratamente messa ai margini nell’antropologia dell’uomo contemporaneo. Il soggetto può riuscire a pensarsi come aperto a scelte eternamente reversibili - vero e proprio mito della società contemporanea - non solo quando il mercato gli propone nuovi modelli di quotidianità attraverso un nuovo range di consumi e l’universo dell’immaginario televisivo ne intona il canto, ma anche e soprattutto quando ritiene di poter mettere tra parentesi ciò che esso stesso è nel mondo, quando non ha più nessuna percezione di ciò che lo sostanzia nella sua concreta e carnale identità, cioè quando, precipitando nell’illusione autofondativa, ha perso di vista il proprio “destino”. Solo una volta liquidata la dura consistenza del proprio essere la sua vita interiore può apparirgli insostenibilmente leggera, fino a scomparire. Solo a condizione della scomparsa di questa coercitività, costituita dal dove si viene e da ciò che si è chiamati a realizzare (la propria vocazione), il soggetto può liquidare la propria vita interiore, facendola coincidere con un eterno sogno ad occhi aperti: quello delle mille possibilità sempre percorribili e sempre da “giocare”.



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