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LETTURE/ Caro John Fante, la critica non avrebbe mai capito il "troppo normale" Svevo Bandini

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John Fante (1909-1983)  John Fante (1909-1983)

La bellezza di Fante è che non ci fa aver pena dei personaggi, ma patire con loro, compatirli nel senso proprio della parola. Ci regala stralci di vita quotidiana forti ma mai grotteschi. Per questo non ci scandalizza il peccare, la fragilità dei personaggi. Come il primo innamoramento di Arturo tra i banchi di scuola, che impressiona e sembra farci tornare nella nostra vecchia classe, di sentire ancora l’odore di gesso e legno: «c’era una nuova voce a parlare della macchina per il cotone, dolce come quella di un violino, gli faceva vibrare le carni obbligandolo a trattenere il fiato». L’autore rimette in circolo, in chi ha la semplicità di porsi davanti a questo testo, argomenti e questioni non più in voga, come la fedeltà matrimoniale, il problema della fede traballante tra incisività e bigottismo soprattutto in Maria e nel figlio August. È questo il maggior pregio dello scrittore, la schiettezza nel dirci: non so come dovrebbe essere, ma è così, questa è la dinamica.

Sarebbe sminuente dire che questo breve scritto sia soltanto un’autobiografia ben riuscita come molta critica ha insinuato, dato il facile collegamento con le figure paterne dell’autore. Fante scrive nell’ultima prefazione, poco prima della sua morte: «Di una cosa sono però sicuro: tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina». Di tutto questo dobbiamo ringraziare chi si è preso la responsabilità di far rivivere una letteratura che non riduce le dinamiche familiari ad analisi da lettino psicologico, ma le affronta di petto, senza rinnegare nulla. Ben tornato John.

 

(Martino Sartori)
 

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