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LETTURE/ L'ennesima lezione di Yeats? E' dalla poesia che nasce la fabbrica

William Butler Yeats (1865-1939) William Butler Yeats (1865-1939)

Sì, anche economiche, come dimostra quanto annotò il grande poeta irlandese proprio su “Veleggiando verso Bisanzio” in occasione di un programma radiofonico della Bbc (1931): “Quando gli irlandesi miniavano il Book of Kells e ornavano di pietre preziose i pastorali del National Museum, Bisanzio era il centro della civiltà europea e la fonte della sua filosofia spirituale”. Anche per questo il verso “that is no country for old men” pare oggi probabilmente così densamente rappresentativo e così efficacemente funzionale in contesti tanto diversi: è la consueta aspirazione della letteratura a dire comunque della totalità della realtà, sfuggendo - se il lettore responsabile la asseconda - a limitazioni ideologiche non personali e precostituite, ad esempio quelle che, anche oggi, vorrebbero escludere o marginalizzare l’esperienza dell’economia dalle sue meravigliose trame testuali.

Ciò vale, ad avviso di chi scrive, soprattutto per poeti come Yeats, che una certa odierna vulgata giornalistico-esoterica vorrebbe inadatto ad incarnare compiutamente le caratteristiche dello scrittore “competente nelle materie economiche” richieste da Louis Macneice in Modern Poetry - a meno che tali caratteristiche e competenze non vengano definite con una certa approssimazione o con una qualche magnanimità. Va detto che la silhouette di uno “Yeats economista” pare forse improbabile anche perché il poeta irlandese non manca di disseminare la sua opera di tracce (raramente esaminate dagli studiosi in modo attendibile, pur con sparute ma lodevoli eccezioni) apparentemente ostili alla teoria ed alla prassi economiche del suo tempo, che emergono, ad esempio, nel ricordo del periodo in cui il giovane Yeats “non studiò la scienza economica, essendo diventato socialista a causa delle conferenze e degli scritti di William Morris” (riferibile all’incirca al 1887); nell’infastidito riferimento al “rumoroso gruppo dei banchieri” (vv. 12-13) della poesia “La maledizione di Adamo” (1902); nella prospettiva intravista in età matura di “un mondo in cui il predominio della finanza e delle scienze economiche in tutte le loro forme […] dimostra che la forza delle macchine conquisterà in breve tempo la supremazia” (A Vision, terzo libro, 1929).

Eppure, un’interpretazione letterale e miope di questi (e di altri) passi dall’opera di Yeats farebbe torto alla dimensione economica (e non economicistica) che caratterizza sia la lunga esperienza da pioniere ante litteram dell’imprenditoria culturale votata alla causa politica della tradizione nazionale, sia il ruolo squisitamente politico che il Nobel per la Letteratura 1923 assunse tra il 1922 ed il 1928. Tale dimensione si concretizzò, infatti, ad esempio, nella partecipazione dapprima indiretta alle Dun Emer Industries (ricamo, grafica ed editoria), avviate a partire dal 1902 da Elizabeth (“Lolly”) e Susan (“Lily”) Yeats, e, in seguito, sempre meno indiretta alle Cuala Industries - e, soprattutto, alla Cuala Press - alle quali le due sorelle Yeats diedero vita nel 1907-8; nella fondazione, direzione e amministrazione del dublinese Abbey Theatre, che Yeats condivise con Lady Augusta Gregory (1852-1932) e John Millington Synge (1871-1909) e che iniziò la sua attività nel 1904 dopo una lunga incubazione teorica ed una paziente fatica di progettazione; nei due mandati senatoriali (1922-1925, 1925-1928), durante i quali Yeats dovette davvero fornire prove di grande intuizione (dovendo escludere, per sua stessa ammissione, la competenza tecnica), se il suo biografo Joseph Hone può ricordare che “i senatori del suo gruppo si facevano spesso consigliare da lui su questioni pratiche, e uno di loro disse: ‘Yeats sarebbe stato un meraviglioso banchiere’, e un altro: ‘Abbiamo un poeta, ma abbiamo perso un grande giurista’”.