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LETTURE/ L'ennesima lezione di Yeats? E' dalla poesia che nasce la fabbrica

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William Butler Yeats (1865-1939)  William Butler Yeats (1865-1939)

Questi dati biografici dovrebbero mettere in discussione l’usurata caricatura di uno Yeats spesso “con la testa fra le nuvole” (come scrisse l’amico medico Augustine Henry, 1857-1930), che estende impropriamente, per una sorta di biografismo alla rovescia, una delle sue maschere poetiche fino agli angoli più remoti di una vita improntata all’unità tra visione e concretezza. Il suo atteggiamento nei confronti dell’economia non comportò tout court la negazione del pensiero economico, bensì una serie di scelte culturali consapevoli e diacronicamente differenziate, tra le quali, ad esempio, quella giovanile in base alla quale, per citare l’anglista Elizabeth Cullingford, “il suo nazionalismo divenne inestricabilmente intrecciato con l’anticapitalismo e con l’egalitarismo economico, giacché egli riteneva che la diseguaglianza economica produce la stagnazione culturale”. Più in generale, l’evoluzione del suo progetto econoletterario, da intendere in senso etimologico come “amministrazione” dell’edificio della cultura letteraria irlandese nelle sue più diverse latitudini, prevedeva l’elaborazione e l’esercizio di un pensiero economico altro, che potesse agire secondo un modello forse non lontano da quello che lo storico dell’economia Willie Henderson rileva nell’intellettuale vittoriano John Ruskin (1819-1900), ovvero in grado di stimolare “lo sviluppo di un’immaginazione che agisca nell’ambito della scienza economica [an economics imagination] e che sappia andare al di là delle condizioni esistenti”: concezione, questa, simile a quella che lo stesso Yeats aveva attribuito al poeta William Morris (1834-1896), il quale “sapeva come Shelley [1792-1822], per un atto di fede, che gli economisti dovrebbero trarre le loro misure non dalla vita com’è, ma dalla visione del mondo reso perfetto che è sepolta sotto le loro menti” (1902). Nel complesso, questa prospettiva yeatsiana non solo ammetteva il pensiero economico, ma ne autorizzava la prassi, derivandone i criteri operativi dalla stessa sorgente a cui attingono la mente e la mano dei poeti: quella “visione del mondo reso perfetto che è sepolta sotto le loro menti”, che implica distanza e oggettivazione rispetto alla superficie della realtà tangibile.

Morale della favola? Senza arrivare all’audace “Meglio poeti che businessmen” del titolo di un articolo di Marina Terragni (IoDonna, 13 febbraio 2010), basterebbe forse, con l’economista Giacomo Beccattini, “leggere i mondi di Calvino per capire la realtà” (Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2005) e per ritrovare l’agognata unità dell’esperienza umana alla quale Yeats aspirò durante tutta la sua parabola di uomo e di intellettuale votato alla letteratura.

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