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MERCATO/ Non bastano le buone intenzioni a fare un’impresa etica

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

È questo un “contratto” a priori che l’impresa ha e deve mantenere nel tempo per il suo stesso essere impresa in quel determinato localismo. Qualsiasi fuga da questo “a priori” etico è lo strumento tramite il quale prevale esclusivamente il tornaconto economico rispetto al contenuto essenziale che costituisce la validità del termine “etica” che è il principio del bene comune; il bene comune, infatti, è tale solo se si ripercuote su tutti gli individui direttamente o indirettamente coinvolti dall’azione dell’impresa.

Il bene comune è diverso dal cosiddetto “bene totale”, perché il bene totale è la sommatoria dei beni individuali di un certo localismo. Nel bene totale ricade sempre a pennello la famosa battuta sulla statistica: a ciascuno tocca un pollo in media, ma a me, guarda caso, non è toccato nulla. Il bene comune opera in maniera tale che tutti abbiano un pollo. Il bene totale è il concetto materialistico dell’economia e in buona sostanza appartiene sia all’economia marxista che a quella capitalistica, in quanto entrambe economie materialiste. Alla luce del principio del bene comune, un’impresa è definibile “etica” solo quando sia nella fase dell’incetta che in quelle della produzione e della distribuzione della ricchezza opera nel rispetto dell’interesse comune; da cui se ne deriva che la cosiddetta teoria secondo cui un’impresa sarebbe etica solo perché rispetta gli interessi di shareholders e stakeholders è una teoria limitata, perché gli interessi di questi ultimi debbono, a loro volta, anch’essi essere orientati al principio del bene comune.



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