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LAICITA’/ Il nuovo liberalismo di Cameron? Una ricetta perdente

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Il premier inglese David Cameron (Ansa)  Il premier inglese David Cameron (Ansa)

La seconda: come si scelgono i valori decisivi (lasciando stare il “chi sceglie” che è altrettanto problematico)? Si crea qui il classico piano inclinato: se la parità dei diritti vale per tutti, perché non vale anche per gli animali? Se vale per gli animali non varrà anche per le piante? E i sassi? E così via fino a creare una perfetta uniformità di tutti i valori, il che impedisce che siano ancora “valori”. Se tutto vale, nulla vale.

Il fatto è che l’origine concettuale del problema si trova nello stesso liberalismo. Per questo la sua versione “muscolare” è impossibile come le altre. Il liberalismo, sia nella versione debole della libertà negativa (liberi da) sia in quella forte della libertà positiva (liberi di) finisce sempre in un paradosso: se si è del tutto “liberi da”, alla fine si è isolati e deboli, facile preda di ideologie - quello che Cameron denuncia come sinistra soft; se si è del tutto “liberi di” si finisce presto con il difendere un’ideologia - la destra conservatrice.

Del resto, uscire dal liberalismo non sembra una buona idea: gli ultimi tentativi sono stati il fascismo e il comunismo, in tutte le loro accezioni, e non sono stati dei successi. In attesa di trovare una forma politica del tutto inedita - cosa che occorre cercare - bisogna trovare un sistema per far funzionare il liberalismo senza incorrere nei problemi sollevati da Cameron.

Parte di questi ultimi possono essere ovviati se si cambia la ricetta finale sulla costituzione dell’identità. Certo, il tema affonda le radici in un quadro storico e pedagogico immenso. Ma oltre alle grandi soluzioni di cambiamento di mentalità, che sono senz’altro la vera questione ma a lungo termine, interessando concezione ed educazione, la politica deve cercare anche risoluzioni veloci che vadano in una direzione giusta. Riprendiamo la ricetta Cameron: per appartenere a questo posto devo credere a queste cose. Perché “credere”? Credere è innanzi tutto un tema controverso. Ne sapeva qualcosa Newman che pensò tutta la vita sull’assenso formale e reale. E poi sembra fuori luogo in questo campo: vogliamo davvero che si “creda” alla democrazia? Non si può esserne anche solo debolmente convinti? Non basta accettarla? I muscoli che il credere in questi valori sviluppa sono muscoli morali: ma non diventano subito moralistici?



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