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LETTURE/ Sarajevo, 1992: il "miracolo" della piccola Malina

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Autoblindo italiano per le strade di Sarajevo, 1996 (Imagoeconomica)  Autoblindo italiano per le strade di Sarajevo, 1996 (Imagoeconomica)

La paura attanaglia le gambe ed è solo l’inizio. Perché la paura più grande da vincere è per la scelta di diventare padre, di dipendere da una bambina che ti si affida,  che ha bisogno di una famiglia e di cura. E Marco non si impone alle circostanze, le accoglie. Sa che il destino suo e di Malina non sono nelle sue mani, ma fa di tutto perché un disegno buono si compia, per suo tramite. Questo è eroico davvero, questo merita il soccorso di anime buone, di amici belli che illuminano questa storia vera e ne permettono il lieto fine. C’è la guida bosniaca, il collega cameramen, la limpida ragazza svizzera che furtivamente si intrufola nella sua vita, senza nulla chiedere, neanche l’amore, perché la bimba abbia da subito mani femminili pronte a accudirla.

C’è la presidente della Croce Rossa che scavalca ogni impiccio burocratico, ogni opportunismo diplomatico e lascia che sia il cuore ad agire. C’è una città umiliata, ferita che gronda sangue e dignità: salvare Malina è la certezza di un riscatto, l’inizio di una rinascita che si compirà.
Tutto questo basa e avanza per fare del romanzo un libro che avvince, soggioga, commuove. Dove il cuore non lascia spazio al sentimentalismo, ed è quasi un miracolo, in una storia così. Forse perché chi scrive ne ha viste tante, sa temperare le emozioni con l’ironia.
E c’è qualcosa di più: c’è che Marco De Luca lo conosco, e conosco Malina. E’ una stella di rara bellezza, una ragazza dolce saggia, serena. Leggendo questo libro sarà più forte, sarà orgogliosa di suo papà. Forse piangerà: ma come diceva il Gandalf di Tolkien, nelle pagine più struggenti de Il Signore degli Anelli, tra le ombre di Mordor e il calore degli amici, “non tutte le lacrime sono malvagie”.



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