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150 ANNI/ Manzoni e Bagnasco ci svelano i veri "soci fondatori" dell'Italia

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Alessandro Manzoni  Alessandro Manzoni

Nella primavera del 1796, con l’arrivo delle truppe francesi guidate da Napoleone, in Italia per la prima volta dopo tanti secoli si pone in forma radicalmente nuova il problema dell’unità d’Italia. Finora infatti tutti erano consapevoli che l’Italia fosse una nazione, ma davano a questo concetto il significato di un’unità sul piano religioso e cultural-linguistico (almeno per la cultura “alta”) mentre era considerato ovvio che questa tradizione di unità non comportasse l’esigenza dell’unificazione politica.

 

La prospettiva diffusa in Italia dalle baionette napoleoniche era quella della liberazione da tutti i vincoli dell’Ancien Régime per costruire una nuova visione della vita e nuove istituzioni politiche sulla base del principio che “la sovranità risiede essenzialmente nella Nazione”.

Come trasformare il concetto culturale di nazione nel nuovo concetto etico-politico? I francesi ci provano cercando di trasferire i valori fondanti della cultura rivoluzionaria (liberté, egalité, fraternité, lo statalismo e la scristianizzazione) nel riformismo istituzionale che caratterizza i nuovi stati italiani infeudati alla Francia.

 

Ma gli italiani non ci stanno: lo mostrano le numerose Insorgenze di comunità popolari (in nome del cattolicesimo e degli usi e costumi sociali tradizionali) che costellano il ventennio dell’occupazione napoleonica.

Più profondamente, anche chi all’inizio si era schierato dalla parte della “novità e del progresso” (come il patriota napoletano Vincenzo Cuoco, che aveva collaborato all’instaurazione delle Repubblica partenopea) rileva che il limite della cultura rivoluzionaria è quello di non riuscire ad andare oltre una “Rivoluzione passiva”, cioè imposta al popolo, considerato solo oggetto di inoculazione di valori nuovi e non riconosciuto come portatore di un patrimonio di tradizioni autentiche e valori propri.

 

A Milano, l’esule Cuoco agli inizi dell’Ottocento trasmette questo giudizio al giovane Manzoni, ribelle all’educazione cattolica ricevuta, che inneggia al trionfo della Libertà rivoluzionaria contro la Superstizione come risposta al suo anelito di ricerca del “santo Vero” del significato della vita e della storia. Manzoni attraverso Cuoco scopre che la libertà è prendere coscienza della propria insopprimibile originale tradizione e che questo vale per il singolo come per il popolo.



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COMMENTI
25/02/2011 - Tradizione cattolica e politica (Mario Bellotti)

Molto bello, ma così poco concreto! Per il vero Risorgimento dell'Italia unita nel segno autentico e verace della Santa Croce di Cristo e della sede del Capo della Sua Chiesa, non si può proprio prescindere dall'inclusione dell' "altra metà del Paese", quella del tutto esclusa nella prima fondazione dello Stato, la parte annessa, offesa e sfruttata, apparecchiata a mercato interno e trascinata come zavorra, e oggi infine minacciata di secessione e condannata al Terzo Mondo. La tradizione politica e civile del Meridione d'Italia, tra l'altro, è nobile, unitaria, anche luminosa: conoscerla e renderla patrimonio comune ci aiuterebbe a superare quel senso d'identità nazionale fondato sulla... disunità dei Comuni rinascimentali, e ci porterebbe - chissà! - a diventare persino un Paese serio.