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LETTURE/ Dracula ha "ucciso" suo padre Bram Stoker, ma non del tutto...

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Bram Stoker è nato a Clontarf, nei pressi di Dublino (Imagoeconomica)  Bram Stoker è nato a Clontarf, nei pressi di Dublino (Imagoeconomica)

Stoker è l’autore del romanzesco Dracula (1897), cioè della storia del vampiro più famoso di sempre. Il più famoso, certo, ma anche il più strapazzato dalla cosiddetta postmodernità culturale in almeno due ambiti: quello cinematografico, nella cui fantasmagorica cornice vale la pena di ricordare la violenza interpretativa praticata sull’originale vittoriano dall’omonimo film di Francis Ford Coppola, del tutto ingiustificabile dal punto di vista culturale se si considera la sua indebita intitolazione Bram Stoker’s Dracula; quello dell’interpretazione critico-letteraria, che l’ha letto assai di frequente - ad esempio - in senso ideologicamente femminista o antifemminista, coloniale o postcoloniale, nazionalista o antinazionalista, et al., con l’esito infausto di disgregarne tanto l’unità testuale, quanto il delicato equilibrio antropologico.

 

Emblematiche, su questo secondo versante, sono alcune note e prestigiose letture di impronta marxiana della sua pur fondamentale componente economico-finanziaria: in primo luogo, quella di Franco Moretti (Stanford University), per il quale Dracula sarebbe il «vero e proprio detentore di un monopolio che non consente concorrenza», riecheggiando una metafora vampiresca dello stesso Marx, per il quale «il capitale è lavoro morto che, come il vampiro, vive solo succhiando il lavoro vivo e vive tanto più a lungo quanto più lavoro succhia»; in secondo luogo, quella proposta da Andrew Smith (University of Glamorgan), convinto dell’identità aristocratica e feudale del Conte che “sanguina denaro” e non sa adattarsi alle moderne pratiche economiche e finanziarie dei cacciatori di vampiri, appartenenti alla classe media e votati al capitalismo. Spiace soltanto che tali letture non riescano a dar conto delle implicazioni valoriali e - in ultima analisi - religiose che traspaiono da brani come quello in cui Mina Murray, moglie di Jonathan Harker, celebra il «meraviglioso potere del denaro! Che cosa non può compiere, esso, quando sia impiegato a giusti fini e che cosa invece quando sia usato a bassi scopi!»...

 

Orbene, sarà forse perché l’anno prossimo (2012) cadrà il centenario della morte di Stoker (patetica illusione cultural-letteraria?); sarà proprio come effetto indotto dalla sinergia tra il centenario e lo strapotere finanziario-cinematografico del suddetto “draculismo”, alias “vampirismo goticheggiante” (ipotesi meno illusoria e, comunque, strenuamente votata alla difesa della componente cultural-letteraria?)... Insomma - quale che sia l’opinione sulla sua origine e tralasciando volutamente opzioni più ciniche e crudeli - ciò che va comunque segnalato è il crescendo di attenzione che il mondo dell’editoria italiana sta dedicando in questi ultimi anni proprio a opere dello scrittore irlandese (quasi) mai apparse in traduzione per il pubblico dei lettori italiani.



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