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LETTURE/ "Nemesis" di Philip Roth: così Bucky Cantor divide i lettori Usa

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Un'immagine dell'epidemia di polio che devastò America ed Europa negli anni '40  Un'immagine dell'epidemia di polio che devastò America ed Europa negli anni '40

«Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti». Tratto da Pastorale americana, il brano s’adatta perfettamente anche a Bucky: “allenato” per un nemico, ne deve affrontare invece un altro, imprevisto e di tutt’altra natura.
Con Nemesis il cerchio si chiude e oltre allo Svedese ricorrono temi e protagonisti di lavori precedenti. Torna, tanto per cominciare, la memoria corrosiva dell’errore passato, della «cosa inaspettata» che ha per sempre cambiato, distruggendo, la vita del protagonista.

Il soldato Messner di Indignazione è l’insolito narratore che racconta la sua storia dall’oltretomba, costretto per l’eternità a lasciarsi perseguitare sempre dagli stessi fantasmi: «non sapevo che non solo l’aldilà non era privo di ricordi, ma che i ricordi sarebbero stati tutto. Non ho neppure idea se il mio ricordare si trascini da tre ore o da milioni di anni. Qui non è la memoria che cade nell’oblio, ma il tempo [...]. Non ci sono giorni. L’unica direzione (per ora?) è all’indietro. E il giudizio non ha mai fine, e non perché ci sia una divinità a giudicarti, ma perché le tue azioni vengono per tutto il tempo assillantemente giudicate da te stesso».

È questo stesso giudizio senza fine che condanna à rebours, questa volta già in vita, Bucky Cantor a un’esistenza di rimpianti, rimorso e auto-inflitto, infinito castigo. La memoria di una colpa assurda, forse sua, forse non sua, quindi del caso, svuotano l’uomo del giusto, umano, senso dei propri limiti. Perché, come dice l’attore Simon Axler al suo analista in L’umiliazione: «Niente ha una valida ragione per succedere [...]. Perdere, vincere, è tutto un capriccio. L’onnipotenza del capriccio. La probabilità dell’inversione. Sì, l’imprevedibile inversione e il suo potere». L’uomo di Roth vuole essere la ragione di tutto ma, volente o nolente, non è la ragione di niente.



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