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IDEE/ Barcellona: la vera sfida politica è salvare il nostro io interiore

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

La realtà, con la sua pesantezza e con la sua forza di gravità, si è liquefatta in una virtualità che non è puro immaginario ma nuova organizzazione della vita quotidiana. La virtualizzazione della presenza fisica del corpo non è una pura fantasticheria ma la nuova forma in cui si esprimono le istanze vitali di ciascuno. Nella rete e nella connessione globale ciascuno di noi esiste perché è sempre presente, disponibile e raggiungibile. Il luogo in cui si trova il nostro corpo non ha alcun significato. Le amicizie, i contatti, le relazioni sono tutte immerse nella rete e tracciano linee di incontri che sostituiscono interamente la realtà tradizionale dello stare insieme nello stesso luogo, in uno spazio specifico e determinato. Non c’è ancora una vera e propria spiegazione del significato dello “stare” nella dimensione ormai totalmente virtuale dei contatti informatici. Certo è che questa radicale metamorfosi del tempo e dello spazio sta rendendo le vite individuali e quelle collettive una sorta di eterno errare senza mete precise. In una dimensione rarefatta che produce soltanto una sensazione inaudita di sradicamento totale e di assenza di peso corporeo,  ci troviamo sempre più fluttuanti e confusi rispetto alle direzioni di marcia.

Come alcuni studiosi hanno notato, l’unico contesto globale, veramente normativo è quello del movimento del Capitale nelle sue diverse forme di merce, denaro e informazione. L’unica possibilità di rappresentazione dell’essere umano, come hanno sottolineato i vescovi nel loro documento, è quella di un consumatore che affida soltanto al mercato ogni risposta alle proprie attese e ai propri desideri. Ogni essere vivente è soltanto un punto dell’universo mercificato e la sua vita è totalmente eterodiretta dall’imperativo universale di produrre merce, ricchezza e consumo.

La mutazione della percezione del tempo e dello spazio non è soltanto la fenomenologia di una diversa organizzazione dell’apparato sensoriale, che si esaurisce nel vedere e nel toccare, ma la cancellazione nella rappresentazione umana del binomio che ha costituito lo statuto antropologico dell’essere umano nella civiltà occidentale: la distinzione fra dentro e fuori, fra interno ed esterno, fra vita interiore e vita pubblica. Nella confusione e continua intersezione degli spazi virtuali del mondo globale e della temporalità istantanea dell’eterno presente, gli uomini non riescono più a distanziarsi come persone concrete e particolari dalla superficie liscia dei flussi informatici che trasmettono di volta in volta imperativi di azione e immagini attraenti. L’uomo si identifica totalmente con la esteriorità della sua condotta e con la sua “navigazione” senza centro e senza periferia. La vita interiore, che è stata per secoli l’oggetto della riflessione della filosofia, della religione e della psicoanalisi, si è prosciugata fino a coincidere con il puro apparire nella scena mediatica.
 



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