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150 ANNI/ Così la sinistra ha usato il Risorgimento contro l'Italia

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Chi voleva riprendere l’opera dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, allievi di Gaetano Salvemini, e completare il Risorgimento combinando libertà e giustizia veniva trattato da Togliatti a metà degli anni Trenta come un comune fascista. Perciò l’avversione prima nei confronti di Giustizia e Libertà e successivamente del Partito d’Azione (che si ispiravano agli ideali del liberalismo risorgimentale, della costituzione americana, e dei socialisti inglesi) fu sempre condita di un’ostilità sprezzante.

 

La lettura della rivista Rinascita offre un panorama emblematico dell’anti-Risorgimento comunista. La data del 1861 fu liquidata come un affare di agrari e industriali, con le masse popolari in ostaggio di un’oligarchia corporativa e di partiti degenerati in “cricche”. Né gli scritti di Gramsci, pur avendo elevato il livello del dibattito storiografico, sono andati mai oltre la considerazione dell’unificazione nazionale come di un’occasione perduta. Chiedo: si può davvero sostenere che il carattere “maltusiano” della base sociale del Risorgimento derivò dalla mancanza di un partito antesignano del Pci che guidasse il processo, e saldasse i contadini al nuovo Stato attraverso una prospettiva rivoluzionaria?

 

Fu, però, attraverso lo schermo del Risorgimento che i comunisti italiani cercarono di definire la propria idea di nazione e di presentarsi come continuatori della principale tradizione nazionale. Si illusero che per diventare interlocutori e possibili partner di una nuova maggioranza bastasse definirsi anti-fascisti dal momento che anche Gramsci, e soprattutto Togliatti, proclamarono che il fascismo fosse il testimone naturale e il legittimo erede delle forze politiche e sociali che avevano animato la vicenda unitaria. Nel mio volume Compagno cittadino (Rubbettino, 2006) ho ampiamente documentato questa caricatura del processo storico e la conseguente riduzione della storiografia a strumento ancillare della manovra politica.

 

Grazie al controllo esercitato dalla Dc e in particolare da De Gasperi sul dopoguerra, e soprattutto grazie al rapporto di forza sfavorevole all’Unione Sovietica e ai disegni di Stalin determinatosi dopo l’abbattimento del nazi-fascismo, la psicosi sovietica dei comunisti è stata esorcizzata. Le loro domande radicali sono state parlamentarizzate e imbrigliate nella prassi malsana dell’esercizio dei poteri di veto. La Carta costituzionale ha avuto un carattere assai ambiguo, di compromesso e mediazione, se si esclude la parte programmatica. Proprio questo carattere ha consentito ai governi guidati dalla Dc un’applicazione moderata, ma efficace come quella che ebbe luogo negli anni del centrismo.

 

La polemica del filosofo liberale Norberto Bobbio con Togliatti e altri segretari del Pci per quanto concerne la concezione marxista dello Stato e la confusione tra pluralismo ed egemonia hanno occupato l’intero periodo della guerra fredda e oltre. È quanto basta a mostrare come Togliatti e i suoi eredi non abbiano mai fatto i conti con la tradizione liberale e con quella socialdemocratica. Riconoscerlo equivarrebbe a riconoscere la loro sconfitta. Essa ha un vistoso prolungamento  nell’incapacità odierna del Pd di proporre un’alternativa all’attuale coalizione di governo e allo stesso assetto istituzionale che blocca o frena ogni riforma e progetto di cambiamento.



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COMMENTI
16/03/2011 - 150 anni di progresso (francesco taddei)

Sì tutto giusto! però ci si dimentica che unita l'italia ha fatto di più di quanto facevano gli italici da soli. Oggi viene garantito uno stato sociale, un progresso economico-industriale, un'alfabetizzazione, un'accoglienza per gli immigrati, un certo benessere e anche vantaggi per la Chiesa. Trovo da sciacalli sparare a zero sull'unità d'Italia (andate a vedere come si sono unificate la Spagna la Francia e la Gran Bretagna: proprio come noi, con una monarchia che avanza e comanda) senza riconoscerne i meriti. Tutte le tare e i difetti della burocrazia di oggi sono un altro discorso.