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150 ANNI/ Perché si vuol dimenticare l’Italia di Dante e san Francesco?

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La grande arte e la grande cultura cosmopolita italiana dei secoli preunitari sono una ricchezza inestimabile. Ancora oggi, nella Castiglia spagnola, ci si onora di essere uomini colti per avere letto la Divina commedia di Dante in “volgare” italiano. Tra le altre ricchezze, che sembrano quasi trascurate, c’è la grande diversità del Paese delle “cento città”, ognuna con una sua grande piazza, con la sua cattedrale eretta per onorare il Dio cristiano, con le sue botteghe artigiane nella vie limitrofe, con i suoi dialetti. Ogni città d’Italia, ogni provincia, ogni Paese e ogni borgo, riservano tesori incredibili di una cultura millenaria. Non si finirà mai di ripetere con insistenza che l’Italia, prima di essere una nazione, è una grande civiltà, che ha attraversato i suoi periodi oscuri, ma che è rimasta in modo indelebile. Basta osservare le vestigia monumentali di Roma, una città che, nel patrimonio artistico mondiale, rappresenta da sola il 50 per cento. Senza contare che il diritto occidentale affonda le sue radici nel diritto romano.

 

Non ci si stupisca se il senso di appartenenza italiana travalica i centocinquanta anni dell’unità d’Italia come Stato unitario, realizzato con l’abile senso politico di Cavour e il coraggio di Garibaldi. E non ci si stupisca se questo senso di appartenenza a una grande civiltà renda tiepidi sul Risorgimento. Forse ognuno ha messo un suo tassello al posto giusto e nel momento giusto, con tutti i limiti insiti nella natura umana e con alcune forzature che la storia ufficiale ha spesso trascurato.

 

Oggi le ricostruzioni sui grandi media svariano dalle celebrazioni enfatiche, retoriche, verso gli scivolamenti nel gossip, che è diventato il grande “cavallo di battaglia” del giornalismo ai tempi di Internet. Accade così di passare dall’inno di Mameli suonato e mal cantato un po’ ovunque, anche in televisione, ai pettegolezzi sulle “gesta” della Contessa di Castiglione con Napoleone III di Francia e l’incidente “matrimoniale” di Giuseppe Garibaldi con la contessina Raimondi. L’Italia, ci si permetta di dirlo, merita qualcosa di più.



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COMMENTI
17/03/2011 - Dante e S. Francesco (Carla D'Agostino Ungaretti)

Caro Sig. Pennati e caro SUSSIDIARIO, magari avessi la bacchetta magica per raddrizzare un po' le cose nel senso indicato da tanti nostri grandissimi educatori, da S. Giovanni Bosco a don Luigi Giussani (del quale non finirò mai di sentire la mancanza)! Il problema educativo delle giovani generazioni, tragico e impellente, richiede operatori pronti alla testimonianza in prima persona e al "rischio" di cui parlava don Giussani perché educare è "questione di cuore", come diceva don Bosco. Ma il trend postsessantottino ha pervaso ogni aspetto della vita, perché ora "è vietato vietare" e conta solo ciò che ci piace e ci fa comodo quì e ora. Allora, cosa vogliamo che gliene importi di Dante e di S. Francesco a questi nostri poveri giovani che non aspettano altro che di andare ad ubriacarsi nelle discoteche per poi ammazzarsi sulle strade? Occorrerebbe una fortissima alleanza tra famiglia, scuola, mass media, TV, per presentare ai giovani esempi "diversi" e soprattutto univoci. Ma come si potrà ottenere questo nell'era del relativismo? Perdonate la predica. Grazie.

 
17/03/2011 - Suggerimento. (Alberto Pennati)

Sono assolutamente d'accordo con la riflessione della Sig.ra D'Agostino, alla quale chiedo un suggerimento: visto anche il peggioramento dei libri di testo, avrebbe una letteratura depurata dai giudizi cancerosi sessantottini, da consigliare ai nostri ragazzi delle superiori per STUDIARE? Grazie.

 
17/03/2011 - Dante e S. Francesco. (Carla D'Agostino Ungaretti)

Rispondo subito alla domanda:ci siamo dimenticati di Dante e di S. Francesco perché dopo il famigerato '68 siamo diventati tutti cafoni, irriverenti, ignoranti e relativisti tesi alla realizzazione di quel proprio "particulare" di cui parlava Guicciardini. Posso ben dirlo io che ho conseguito la maturità classica nel lontano 1961: allora si studiava seriamente e la scuola ci incuteva il rispetto e l'ammirazione per i capisaldi della nostra cultura, basi della nostra civiltà. Da 40 anni a questa parte che cosa dobbiamo più aspettarci? La famiglia è disgregata, la scuola è sfasciata e perfino incapace di instillare il rispetto per le persone e le istituzioni (vedi il bullismo imperante tra i giovani);i ragazzi oggi NON devono imparare le tabelline, NON devono sapere le date della storia, NON sono neanche tenuti a conoscere l'esatta ortografia italiana (vedi i test di ammissione alle università pieni di strafalcioni) e ci meravigliamo se ci si dimentica di Dante e di S. Francesco? Perfino le parrocchie sembrano disorientate e intimidite di fronte all'incultura moderna! Spero che qualche frequentatore del SUSSIDIARIO mi convinca che ho torto: sono pronta a cambiare idea.