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150 ANNI/ Perché si vuol dimenticare l’Italia di Dante e san Francesco?

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Il processo dell’unità d’Italia merita soprattutto una serena riflessione critica, non distruttiva, ma chiarificatrice. Questa sarebbe forse la base più adatta per coinvolgere di più gli italiani per questo “compleanno” in una fase storica e politica piuttosto problematica. Perché non ricordare, anche per spiegarlo ai giovani, che non solo i cattolici romani chiusero le finestre di casa dopo il 1870 (nove anni dopo l’unità) con la Breccia di Porta Pia. Che cosa fecero i mazziniani che contestarono e non si ritrovarono nello Stato monarchico sabaudo? E perché dimenticare la storia drammatica delle “Insorgenze”, i mugugni dei lombardi contro i piemontesi, il fatto stesso che il “Re galantuomo” non ebbe neppure la sensibilità, diventato Re d’Italia, di farsi chiamare Vittorio Emanuele I, onorando invece la linea dinastica sabauda? E infine perché non affrontare il metodo discutibile con cui si decise di affrontare la “guerra al brigantaggio” nel Sud, cominciata appena dopo la morte di Cavour, con l’invio di truppe pari, in alcuni frangenti, a un esercito di 450mila uomini, più degli americani in Vietnam? Sarà alla fine la base di una “questione meridionale” mai risolta.

 

Non si tratta di rispolverare antiche polemiche, ma solamente di collocarle al posto giusto, vedendo quali erano tutti i reali fattori in campo, sia di natura nazionale sia di natura internazionale. Una complessiva ricostruzione storica non è mai una fredda documentazione di date, di dati, di battaglie e di sconfitte, ma un esercizio appassionato di “piccolo laboratorio politico”. Noi occidentali siamo “figli”, in campo storico, del pragma di Tucidide, che ci distingue dalla storie narrate in altri popoli e che è ormai impresso nel nostro “dna”.

 

In altri termini, la storia va interpretata e reinterpretata, rivista, revisionata. Sempre. Si deve cercare di comprendere, oltre agli avvenimenti documentati, anche quando arrivano i tempi e le scadenze giuste perché alcuni fatti si realizzino e per quali fattori complessivi. Ci sono diversi autori che si chiedono perché l’unità d’Italia arrivò così tardi. Alcuni indicano date precise e citano il sogno di Federico II, con le sue Costituzioni di Melfi del 1231, quasi paragonabili alla “Magna Charta” inglese del 1215 di Giovani “senza terra”. Altri pensano al 1496, quando Carlo VIII di Francia riuscì a sfuggire nella battaglia di Fornovo a un esercito composto da tutti gli Stati italiani guidato da Francesco Gonzaga. Altri ancora pensano al sogno irrealizzato del giovane Borgia, il Valentino. Sono tutti fatti interessanti che vanno collocati nel contesto giusto, altrimenti ci si astrae dalla realtà e non si fa storia, ma solo ipotesi di scenari possibili. Tutto questo indica che l’unità d’Italia di centocinquanta anni fa si realizzò in un preciso contesto politico, per il gioco di equilibri politici europei delle grandi potenze dell’epoca che ripose all’aspirazione di alcuni gruppi sociali italiani, che contemplavano ovviamente un autentico slancio patriottico.



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COMMENTI
17/03/2011 - Dante e S. Francesco (Carla D'Agostino Ungaretti)

Caro Sig. Pennati e caro SUSSIDIARIO, magari avessi la bacchetta magica per raddrizzare un po' le cose nel senso indicato da tanti nostri grandissimi educatori, da S. Giovanni Bosco a don Luigi Giussani (del quale non finirò mai di sentire la mancanza)! Il problema educativo delle giovani generazioni, tragico e impellente, richiede operatori pronti alla testimonianza in prima persona e al "rischio" di cui parlava don Giussani perché educare è "questione di cuore", come diceva don Bosco. Ma il trend postsessantottino ha pervaso ogni aspetto della vita, perché ora "è vietato vietare" e conta solo ciò che ci piace e ci fa comodo quì e ora. Allora, cosa vogliamo che gliene importi di Dante e di S. Francesco a questi nostri poveri giovani che non aspettano altro che di andare ad ubriacarsi nelle discoteche per poi ammazzarsi sulle strade? Occorrerebbe una fortissima alleanza tra famiglia, scuola, mass media, TV, per presentare ai giovani esempi "diversi" e soprattutto univoci. Ma come si potrà ottenere questo nell'era del relativismo? Perdonate la predica. Grazie.

 
17/03/2011 - Suggerimento. (Alberto Pennati)

Sono assolutamente d'accordo con la riflessione della Sig.ra D'Agostino, alla quale chiedo un suggerimento: visto anche il peggioramento dei libri di testo, avrebbe una letteratura depurata dai giudizi cancerosi sessantottini, da consigliare ai nostri ragazzi delle superiori per STUDIARE? Grazie.

 
17/03/2011 - Dante e S. Francesco. (Carla D'Agostino Ungaretti)

Rispondo subito alla domanda:ci siamo dimenticati di Dante e di S. Francesco perché dopo il famigerato '68 siamo diventati tutti cafoni, irriverenti, ignoranti e relativisti tesi alla realizzazione di quel proprio "particulare" di cui parlava Guicciardini. Posso ben dirlo io che ho conseguito la maturità classica nel lontano 1961: allora si studiava seriamente e la scuola ci incuteva il rispetto e l'ammirazione per i capisaldi della nostra cultura, basi della nostra civiltà. Da 40 anni a questa parte che cosa dobbiamo più aspettarci? La famiglia è disgregata, la scuola è sfasciata e perfino incapace di instillare il rispetto per le persone e le istituzioni (vedi il bullismo imperante tra i giovani);i ragazzi oggi NON devono imparare le tabelline, NON devono sapere le date della storia, NON sono neanche tenuti a conoscere l'esatta ortografia italiana (vedi i test di ammissione alle università pieni di strafalcioni) e ci meravigliamo se ci si dimentica di Dante e di S. Francesco? Perfino le parrocchie sembrano disorientate e intimidite di fronte all'incultura moderna! Spero che qualche frequentatore del SUSSIDIARIO mi convinca che ho torto: sono pronta a cambiare idea.