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150 ANNI/ Perché si vuol dimenticare l’Italia di Dante e san Francesco?

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Ma resta il fatto della realizzazione dell’unità, che si trovò di fronte a un’impresa gigantesca: quella di inserire in uno Stato nazionale una civiltà millenaria e senza confini. Era inevitabile che le spinte politiche dall’alto avrebbero dovuto fare i conti con i costumi, le consuetudini, la civiltà millenaria del popolo italiano vissuta giorno per giorno. E non è un fatto strano che questa civiltà di base abbia sempre resistito, nei momenti più oscuri di questi centocinquanta anni.

 

Ci sia permesso di scrivere che chi ama veramente questo Paese, può onorare questi ultimi centocinquanta anni di storia e onorare il compleanno dell’unità andando al Porto Vecchio di Nizza e commuoversi di fronte alla casa dove è nato Giuseppe Garibaldi (casa per altro venduta in questi anni a un privato). Ci si può commuovere anche al tavolo del ristorante torinese di Cavour, sovrastato dalla bandiera italiana. Ma lo stesso sentimento si prova ricordando le figure di Rosmini e di Cattaneo. Ma tutto questo si prova, moltiplicato, quando si entra in un convento di Benedettini, quando tocchi quasi con devozione i testi degli amanuensi che salvaguardarono e tramandarono il nucleo della grande civiltà italiana e cristiana. Quando vai a visitare le opere dei grandi santi sociali di fine Ottocento che facevano i “salti mortali” per difendere il concetto di vita della civiltà cristiana. Quando passi in rassegna la storia del movimento cattolico e socialista, il loro impegno sociale e civile.

 

Lì, in quel momento, comprendi tutta la forza che il popolo italiano ebbe nell’ultimo dopoguerra per rinascere, per realizzare un boom economico e diventare una grande nazione. Questa storia osservata e meditata vale anche più di un inno cantato a squarciagola, con la mano sul petto. Forse uno scozzese o un gallese che si rifiuta di cantare “God save the Queen” e pretende di ascoltare il canto dei suoi avi, non si sente cittadino della Gran Bretagna?



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COMMENTI
17/03/2011 - Dante e S. Francesco (Carla D'Agostino Ungaretti)

Caro Sig. Pennati e caro SUSSIDIARIO, magari avessi la bacchetta magica per raddrizzare un po' le cose nel senso indicato da tanti nostri grandissimi educatori, da S. Giovanni Bosco a don Luigi Giussani (del quale non finirò mai di sentire la mancanza)! Il problema educativo delle giovani generazioni, tragico e impellente, richiede operatori pronti alla testimonianza in prima persona e al "rischio" di cui parlava don Giussani perché educare è "questione di cuore", come diceva don Bosco. Ma il trend postsessantottino ha pervaso ogni aspetto della vita, perché ora "è vietato vietare" e conta solo ciò che ci piace e ci fa comodo quì e ora. Allora, cosa vogliamo che gliene importi di Dante e di S. Francesco a questi nostri poveri giovani che non aspettano altro che di andare ad ubriacarsi nelle discoteche per poi ammazzarsi sulle strade? Occorrerebbe una fortissima alleanza tra famiglia, scuola, mass media, TV, per presentare ai giovani esempi "diversi" e soprattutto univoci. Ma come si potrà ottenere questo nell'era del relativismo? Perdonate la predica. Grazie.

 
17/03/2011 - Suggerimento. (Alberto Pennati)

Sono assolutamente d'accordo con la riflessione della Sig.ra D'Agostino, alla quale chiedo un suggerimento: visto anche il peggioramento dei libri di testo, avrebbe una letteratura depurata dai giudizi cancerosi sessantottini, da consigliare ai nostri ragazzi delle superiori per STUDIARE? Grazie.

 
17/03/2011 - Dante e S. Francesco. (Carla D'Agostino Ungaretti)

Rispondo subito alla domanda:ci siamo dimenticati di Dante e di S. Francesco perché dopo il famigerato '68 siamo diventati tutti cafoni, irriverenti, ignoranti e relativisti tesi alla realizzazione di quel proprio "particulare" di cui parlava Guicciardini. Posso ben dirlo io che ho conseguito la maturità classica nel lontano 1961: allora si studiava seriamente e la scuola ci incuteva il rispetto e l'ammirazione per i capisaldi della nostra cultura, basi della nostra civiltà. Da 40 anni a questa parte che cosa dobbiamo più aspettarci? La famiglia è disgregata, la scuola è sfasciata e perfino incapace di instillare il rispetto per le persone e le istituzioni (vedi il bullismo imperante tra i giovani);i ragazzi oggi NON devono imparare le tabelline, NON devono sapere le date della storia, NON sono neanche tenuti a conoscere l'esatta ortografia italiana (vedi i test di ammissione alle università pieni di strafalcioni) e ci meravigliamo se ci si dimentica di Dante e di S. Francesco? Perfino le parrocchie sembrano disorientate e intimidite di fronte all'incultura moderna! Spero che qualche frequentatore del SUSSIDIARIO mi convinca che ho torto: sono pronta a cambiare idea.