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LETTURE/ La Russia e quell'ansia di libertà che sopravvive al deserto morale

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Che cosa è? Una “sonatina sovietica” (prendo in prestito l’espressione da un verso di Mandel’shtam) in tre parti, divise da due “controtempi”. Oppure, e questa volta prendo in prestito il termine da T. Capote, un nonfiction novel strutturato in trenta capitoli. Non è di certo un’autobiografia: io sono soltanto la voce narrante, un personaggio fra i tanti, una cronista. Non sono mai stata una partigiana del realismo (in particolare del “realsocialismo”), non ho mai tentato, coi miei libri, di insegnare o dimostrare alcunché, né tanto meno ho avuto l’intenzione di riprodurre fedelmente la realtà. Ci sono, per questo, i documenti, le fotografie ecc. La verità dello scrittore (o dell’“essere scrivente”, come preferisco definirmi) è altrove: si cerca, anche per mesi, la parola, l’espressione, la frase “giusta”. Dove c’è “giustezza” non possono esserci inganno, frode, cattiva fede.

 

Scusi la domanda scontata. Perché, nonostante tutto ciò che ha dovuto sopportare, nonostante tutto quello che racconta, ha continuato ad andare in Russia e ad amare la Russia?

 

Perché sono una studiosa di letteratura russa e non norvegese o malgascia. Perché Russia e Urss sono due cose differenti, non solo storicamente. Perché quello che ho “sopportato” è soltanto un risibile, minimo campione degli abusi, delle angherie, delle vere e proprie persecuzioni che pativano,  in un’epoca ormai “ vegetariana” ( dopo i “ carnivori”, avidi di sangue, anni Venti, Trenta, Quaranta... ), i miei conoscenti o amici russi. Ero comunque una straniera, non del tutto intoccabile, certo, come dimostrano alcune spiacevoli e spesso fisicamente dolorose attenzioni che il Kgb aveva nei miei confronti, ma ero pur sempre privilegiata rispetto a un normale cittadino sovietico. Perché amavo la Russia - i libri russi, certi paesaggi e certe anime che mi avevano affascinato, una spiritualità diversa da quella che altre letterature mi avevano rivelato - ancor prima di visitarla la prima volta.

 

Nelle ultime pagine lei scrive: “Qualsiasi cosa io oggi veda o senta, qui in Russia, mi riporta subito - ma dolcemente, senza dolore - al passato... Eppure sa Dio che non soffro di nostalgia per il potere sovietico”. Può spiegare meglio che cos’è questa sua nostalgia che non è nostalgia per l’Urss?



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