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IDEE/ Come mai la guerra è ancora la via preferita dalla politica?

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Soldati italiani in ex Jugoslavia, 1996 (Imagoeconomica)  Soldati italiani in ex Jugoslavia, 1996 (Imagoeconomica)

Come mai, nell’attuale contesto mondiale, la pace appare incapace di delineare l’orizzonte delle relazioni umane e di porsi come fattore sorgivo della convivenza sociale? Ancora in questi giorni, dall’Asia e dall’Africa giungono notizie drammatiche e sconvolgenti, immagini di guerra cariche di violenza e di orrore, immagini che rendono visibile la ferita inferta all’umano, all’ integrità della persona e al suo desiderio di relazioni e di felicità. O ancora, assopita nel ritmo della vita quotidiana, la realtà della guerra esplode all’improvviso con  notizie di morte, come nel caso dei soldati italiani in Afghanistan: Miotto, Sanna, Ranzani - per ricordare solo  avvenimenti degli ultimi mesi - diventano nomi e volti familiari proprio nell’evento tragico della loro morte, risvegliano la coscienza di una guerra sempre presente e testimoniano l’urgenza della pace.

Come è possibile che la guerra sia ancora la via scelta dalla politica? Il giudizio sull’irrazionalità della guerra è una sensibilità ormai diffusa e condivisa,  rischia però di produrre solo un pacifismo impotente, condannato a identificare la pace con progetti di imperi universali futuri, senza impegnarsi con una domanda radicale sulla pace nelle sue articolazioni - convivenza, giustizia, ospitalità, responsabilità -  e senza porre l’urgenza di  una riflessione  sull’umano.

Se “pace” è la pace degli imperi,  allora  la si può pensare solo all’interno della coppia oppositiva guerra/pace  che la vincola a trarre senso dalla stessa logica che genera la guerra e a rimanere impigliata in quella logica di dominio che è inevitabilmente motore della violenza. In questa ottica, alla pace non resta che la designazione di “assenza di guerra”. Entro una struttura di dominio, la pace non è evento di novità e di verità, cioè non si libera veramente dalla guerra, è solo la fine della guerra o l’esito di “equilibri politici” che - proprio perché equilibri - si rivelano sempre precari.

Con questa osservazione non intendo negare che la pace sia questione politica, ma evidenzio che occorre ampliare la questione, mettere in campo una ragione più comprensiva, per cogliere il senso della pace in tutta la sua ampiezza e comprenderla nel suo punto sorgivo.



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COMMENTI
23/03/2011 - aspettare (luisella martin)

E' vero che l'uomo non ha dimostrato, fino ad ora, di saper costruire una pace capace di sfidare il tempo, ma sembra utopia che ciascun uomo desideri la pace nel profondo del suo essere. Non ci resta che sperare che tutto il male prodotto dall'uomo, e tutto il bene prodotto dall'uomo, ci consegnino un mondo sull'orlo della catastrofe per la sopravvivenza del quale sia assolutamente indispensabile la pace. un mondo come quello di oggi, insomma!