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LETTURE/ Cosa c'entrano la Fiat e Fiom con il povero Oscar Wilde?

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Un angolo di Belfast, in Irlanda (Imagoeconomica)  Un angolo di Belfast, in Irlanda (Imagoeconomica)

Secondo spunto. Il notista politico che commenta le scelte dei dirigenti Cgil e Fiom rispetto al recente referendum in casa Fiat si lascia sfuggire un “non è mai bello - come già osservava Oscar Wilde - avere dirigenti che per ‘dirigere’ le masse sono solo capaci di seguirle”, spesso esibito di questi tempi come elaborazione dello scrittore irlandese sulla questione della leadership: lascio al giudizio altrui decidere quanto corrisponda - linguisticamente, letterariamente, culturalmente - la sua “citazione” al passo originale del wildiano The Critic as Artist (1890) che recita those who try to lead the people can only do so by following the mob (sono parole di Gilbert: “coloro che cercano di guidare la gente possono farlo soltanto seguendone le frange più violente”).
Terzo spunto. Il breve (auto?)profilo di uno dei contributors di Style dichiara programmaticamente che “come Oscar Wilde, che sperava di vivere all’altezza delle sue porcellane, [anche il contributor in questione] cerca di vivere all’altezza del suo gatto grigio”: è questa l’ennesima variazione su un notissimo ma sfuggente tema wildiano - diversamente attestato ad esempio da Edward Halim Mikhail (I am trying to make myself worthy of my porcelain: “cerco di rendermi degno della mia porcellana”) e da Richard Ellmann (how often I feel how hard it is to live up to my blue China: “quanto di frequente sento com’è difficile vivere all’altezza della mia porcellana azzurra”, 1879) ! - con l’aggiunta di una comparazione “felinologica” di problematica valutazione...
È inutile prendersela con Google, Wikipedia e le altre fonti internautiche per le imprecisioni linguistiche, letterarie e culturali segnalate con la necessaria (e spero apprezzata) discrezione nei brevi spunti di riflessione testé offerti. Certo, vanno stigmatizzati con decisione l’inosservanza dei pur importanti dettami dell’acribia critica e filologica, il dominio di un’“ideologia del testo assoluto” o l’elefantiasi di un’ipotetica “intenzione presunta dell’autore il vissuto dello scrittore nel quale potremmo trasferirci” - per rievocare due frammenti della sapienza letteraria ricoeuriana, al cui centro si colloca il testo come “paradigma della condizione carnale e finita dell’uomo”, secondo la felice formula di Domenico Iervolino. Tuttavia, ad essere davvero in gioco è, più radicalmente, l’esperienza stessa della letteratura nelle sue più diverse e periferiche manifestazioni, persino in quelle che ad essa ricorrono come sostegno o corredo di ragionamenti extra-letterari, giacché, come ha scritto Tzvetan Todorov nel suo pregevole La letteratura in pericolo (2008), “la realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma, al tempo stesso, non vi è nulla di più complesso) l'esperienza umana. Per questo motivo si può affermare che Dante o Cervantes ci insegnano sulla condizione umana quanto i più grandi sociologi o psicologi e che non esiste alcuna incompatibilità tra la prima e la seconda forma di sapere”.



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