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LETTURE/ "Cristo me trae tutto": Iacopone e quel paradosso di un amore totale

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Cimabue, Crocifisso (1268-71). Chiesa di S. Domenico, Arezzo  Cimabue, Crocifisso (1268-71). Chiesa di S. Domenico, Arezzo

C’è un verso delle laudi di Iacopone da Todi che gode oggi di meritatissima fortuna: “Cristo sì me tra(e) tutto, tanto è bello!”. È il verso 112 della lauda tradizionalmente numerata 90 (ma n. 89 nella più recente edizione critica del laudario, fresca di stampa presso l’editrice Olschki di Firenze, a cura di Matteo Leonardi), che inizia con l’invocazione accorata all’Amor de caritate.
La curiosità più spontanea che può venire, davanti alle parole del grande poeta religioso che sta, con Francesco, agli inizi della nostra storia letteraria, è quella di accostarsi da vicino al contesto in cui il frammento oggetto di attenzione privilegiata è inserito. Può essere anche un’occasione per tornare a misurarsi con un aspetto cruciale e per lungo tempo sottovalutato della tradizione di cui siamo ultimi eredi: cioè quello della forza suggestiva della lauda medievale come matrice della preghiera e del canto religioso, in tutto il mondo italiano del basso Medioevo e nei secoli dell’età moderna. Eppure era un problema che aveva attratto anche uno dei massimi esponenti degli studi letterari del Novecento, Natalino Sapegno (Frate Jacopone, Nino Aragno, 2001, con prefazione di Carlo Ossola), e che diversi altri specialisti, come Elena Landoni e Giacomo Jori, hanno successivamente ripreso e approfondito (a Jori, per esempio, siamo debitori di sondaggi preziosi sulle letture moderne e sulla divulgazione attraverso la stampa di Iacopone, tra XVI e XVII secolo, fino al culmine del barocco, e anche oltre).
Ma fermiamoci, qui, su Iacopone. La strofa in cui figura il v. 112 va riletta per intero: En Cristo nata nova creatura,/ spogliato lo vecchio om, fatto novello;/ ma en tanto l’amor monta con ardura,/ lo cor par che se fenda con coltello;/ mente con senno tolle (toglie) tal calura,/ Cristo sì me tra(e) tutto, tanto è bello!/ Abracciome con ello e per amor sì clamo (così chiamo, invoco):/ ‘Amor, cui tanto abramo, fanme morir d’amore!’.
Nello spazio concentrato di poche righe vediamo annodarsi alcune dimensioni fondamentali del tipo di esperienza a cui la ballata iacoponica vuole introdurre il suo devoto lettore, trascinandolo con la forza di un linguaggio aspro e vigoroso, che non concede sconti al sentimento sdolcinato.



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COMMENTI
02/04/2011 - parole d'amore (luisella martin)

Solo un mistico può commentare la poesia di Jacopone con simili parole...Grazie per dimostrare che ogni esperienza si può provare a descrivere per comunicarla...

 
31/03/2011 - FANTASTICO (alcide gazzoli)

Grazie, grazie, grazie. Il vostro giornale avrebbe senso anche soltanto per questo articolo spettacolare.