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LETTURE/ "Cristo me trae tutto": Iacopone e quel paradosso di un amore totale

Pubblicazione:

Cimabue, Crocifisso (1268-71). Chiesa di S. Domenico, Arezzo  Cimabue, Crocifisso (1268-71). Chiesa di S. Domenico, Arezzo

Per accettare i paradossi verso cui è costretta a precipitare la lingua poetica di Iacopone, bisogna naturalmente evitare di giudicarla con gli schemi del nostro linguaggio razionalista e iper-intellettualizzato. Occorre un enorme rispetto: perché ci si deve cominciare a inoltrare, in punta di piedi, nel castello della grande mistica cristiana, partendo da molto lontano. In Iacopone, invece, si resta sempre aderenti alla carne della vita che pulsa. Si vuole andare subito diritti al centro, verso cui tutto converge. Ma c’è un legame di totale somiglianza che può legare ancora noi moderni alla vicenda persino vertiginosamente spericolata di un “folle per Cristo” quale è stato Iacopone (o come lo sono stati i tanti che ne hanno ricalcato le orme nei secoli successivi).
Questo elemento di unità in cui ci si può riconoscere è la chiarissima, granitica sottolineatura della dimensione oggettiva del rapporto con il Mistero infinito che salva. Nella lauda di Iacopone, come si vede molto bene nella strofa che contiene il famoso verso 112, l’accento non è messo sulla fantasia religiosa, o sul bisogno dell’uomo che si muove alla ricerca di una risposta ultima alle esigenze che gravano sul suo cuore e sulla sua mente. L’uomo risponde, o tenta balbettando di farlo. Ma l’iniziativa è di un Altro. Qui sta il cuore segreto della genialità del realismo cristiano di Iacopone. È il divino stesso che si fa presente all’uomo e lo attira, non viceversa.
Il Mistero irrompe, chiamando ad aderire: basterebbe cedere e dire di sì. Chiama e si impone non con il fascino tremendo del sacro che incute terrore, tuonando dai cieli delle antiche religioni pagane. Il Mistero con Cristo si è fatto carne, compagno alla stessa vicenda umana della persona vivente. Si fa ancora oggi incontrare: ognuno sa dire come. Si rivela con tutta la forza contagiosa del positivo, risplendendo nella gloria dei segni che ci colpiscono: con la “bellezza” di una promessa di umanità redenta, che pur dentro le piaghe delle sue ferite e del suo male antico si vede spalancata a una possibilità altrimenti inarrivabile di bene, di possesso vero delle cose, di letizia ultima e di accettazione anche del limite a cui non si può sfuggire. Prima di tutto il Mistero di chi si è sacrificato donandosi a noi ci attrae con l’“amor di caritate”, che strappa l’uomo dal suo stato di mendicante e lo riconduce alla fonte della vita vera.



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COMMENTI
02/04/2011 - parole d'amore (luisella martin)

Solo un mistico può commentare la poesia di Jacopone con simili parole...Grazie per dimostrare che ogni esperienza si può provare a descrivere per comunicarla...

 
31/03/2011 - FANTASTICO (alcide gazzoli)

Grazie, grazie, grazie. Il vostro giornale avrebbe senso anche soltanto per questo articolo spettacolare.