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LETTURE/ "Cristo me trae tutto": Iacopone e quel paradosso di un amore totale

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Cimabue, Crocifisso (1268-71). Chiesa di S. Domenico, Arezzo  Cimabue, Crocifisso (1268-71). Chiesa di S. Domenico, Arezzo

A questo “amore” supremo, Iacopone scioglie l’inno travolgente degli ultimi cinquanta versi della sua ballata. È una lunga litania ritmata, nella cui ossessiva scansione introdotta sempre dalla parola “amore” il poeta dà libero sfogo al suo desiderio di essere totalmente “abbracciato” da Cristo. L’invocazione diventa un lamento ostinato, come un grido sommesso: “che sempre grida amore... Amor, amore, omne cosa clama”. Per essere “Teco trasformati”, invita a lasciarsi “rapire”, come lui ha sperimentato. “Feriti”, non resta che accettare di entrare in una prospettiva di esistenza cambiata: “famme en Te transire”. Si delinea una esperienza dell’unione, espressa nella simbologia ardita, ma quanto mai evocativa, dell’“inabissamento”, o dello sprofondamento nel flusso dell’amore che si comunica da Dio all’uomo: Amor mio desioso,/ Amor mio delettoso, anegame en amore. Quando sì smesurato me te davi, / tollevi da me tutta mesuranza (…) Tu da l’amore non te defendesti.



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COMMENTI
02/04/2011 - parole d'amore (luisella martin)

Solo un mistico può commentare la poesia di Jacopone con simili parole...Grazie per dimostrare che ogni esperienza si può provare a descrivere per comunicarla...

 
31/03/2011 - FANTASTICO (alcide gazzoli)

Grazie, grazie, grazie. Il vostro giornale avrebbe senso anche soltanto per questo articolo spettacolare.