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GIUSTIZIA/ Perché i diritti-desiderio promettono l’infinito, ma lo tradiscono?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Naturalmente dovendosi muovere in un campo pressoché privo di dati normativi, il giudice ha dovuto delineare i limiti di questo diritto, con un’operazione caratterizzata da una forte componente di creatività soggettiva: è stato così affermato che, per essere valido, il consenso al rifiuto di continuare la terapia deve essere: personale, consapevole e informato, autentico e non apparente, non condizionato da motivi irrazionali, non frutto di costrizione e suggestione, collegato a concrete situazioni personali del malato e non legato a superstizioni o pregiudizi.
Come spesso accade, anche in questa materia quella che abbiamo chiamato la “argomentazione per diritti”, proprio perché incentrata essenzialmente sull’affermazione di un unico interesse avvertito come preminente, rischia di mettere in secondo piano o addirittura di non prendere in considerazione altri aspetti non meno essenziali dell’argomentazione giuridica.
Innanzitutto si rischia di omettere di trattare in modo adeguato il problema dell’inserimento della soluzione proposta nel sistema giuridico complessivamente considerato: così, proprio nell’esempio fatto, passano completamente in secondo piano gli inequivoci indici normativi della volontà del legislatore di incriminare la lesione al bene della vita, anche a fronte del consenso del suo titolare (vedi ad esempio l’incriminazione dell’omicidio del consenziente e dell’istigazione o dell’aiuto al suicidio ai sensi degli artt. 579 e 580 c.p.), indici questi che imporrebbero quanto meno di esaminare approfonditamente anche la questione della legittimità costituzionale di tali norme.
Ma una superficiale e retorica “argomentazione per diritti” in questo campo rischia anche di non trattare in modo esaustivo un altro aspetto del problema: l’affermazione del diritto all’autodeterminazione ha come necessaria contropartita un dovere del sanitario di cooperare alla realizzazione di tale diritto, posto che il suo “esercizio” non può essere opera del solo titolare (e proprio un dovere del sanitario è stato affermato nella citata decisione riguardante il caso Welby). Non dunque una mera facoltà di collaborare all’interruzione dei trattamenti salvavita, si badi, ma un dovere, in quanto non avrebbe senso riconoscere la preminenza di un “diritto” se non si riconoscessero le posizioni giuridiche che servono per attuarlo, cioè per dare allo stesso effettività, il che ben evidenzia come il diritto regoli rapporti intersoggettivi (ius hominum causa constitutum est).
Così l’apparente carattere del tutto personale ed individuale dell’affermazione del diritto all’autodeterminazione svela il suo vero contenuto niente affatto “neutro” e tutt’altro che esclusivamente personale: un preciso dovere da parte del sanitario di collaborare alla morte del paziente che lo richieda e - profilo pratico tutt’altro che insignificante - l’onere per il sanitario di valutare se ricorrono i presupposti di quel diritto all’autodeterminazione, fissati non da una norma ma dalla giurisprudenza, pena la responsabilità per il delitto di omicidio del consenziente.



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COMMENTI
31/03/2011 - Buchenwald (Gianmario Gatti)

Bellissimo articolo, solo citerei al posto di "suum cuique tribuere", "unicuique suum" di san Tommaso "ciò che è già suo" e che l'ordinamente riconosce, perchè "suum cuique tribuere", compariva all'entrata del campo di concentramento di Buchenwald "jedem das seine". Appunto. Cordialità.