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GIUSTIZIA/ Perché i diritti-desiderio promettono l’infinito, ma lo tradiscono?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Ma allora ci si chiede: è possibile che un simile dovere sia opera dell’attività interpretativa-creativa di giudice? Una volta ammesso un simile dovere, non si entra in un campo di inevitabile bilanciamento di interessi che non può essere demandato al giudice ordinario anche perché sorge un non marginale problema di eventuale riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza? Sono solo alcuni interrogativi che la completezza di un’argomentazione giuridica non può eludere e che invece l’“argomentazione per diritti” tende a non far emergere.
Ben si comprende dunque, alla luce di quanto esposto, quale sia la concezione sottostante al titolo recentemente scelto da un settimanale per un articolo sull’eutanasia: “La buona morte. Non chiamatela eutanasia. È un diritto”: sarebbe difficile trovare un esempio più chiaro di “argomentazione per diritti”.

6. Il caso della direttiva rimpatri - Un altro esempio di “argomentazione per diritti”, dove  più evidente è il ruolo dell’irruzione delle fonti sovranazionali negli ordinamenti nazionali, è costituito dalla cosiddetta direttiva rimpatri (direttiva 2008/115/CE).
Tale direttiva è stata adottata nell’ambito delle competenze comunitarie in punto di armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia di espulsione. Essa prevede come termine per la sua applicazione il 24 dicembre 2010. Tale termine scadeva senza che, come invero per altre direttive, venisse data attuazione. Tuttavia, la particolare attenzione al tema dell’immigrazione e alla condizione dei migranti di taluni giudici (si potrebbe dire il loro “sentimento di giustizia”), ha fatto sì che, dall’oggetto amministrativo della direttiva (la procedura di espulsione appunto), si sia passati a trarre conseguenze in altri campi, in particolare quello penale. In particolare, dopo alcuni convegni in proposito, si manifestava un certo attivismo giudiziario che si traduceva in una serie di assoluzioni dal reato di inottemperanza a provvedimenti adottati nella procedura di espulsione (si tratta del reato previsto dall’art. 14 d.lgs. n.286/98).
Si assiste perciò ad un fenomeno in forza del quale, pur in presenza di una disposizione incriminatrice non abrogata dal legislatore e non dichiarata incostituzionale, alcuni giudici disapplicano la norma penale per contrasto con la direttiva, altri disapplicano il provvedimento amministrativo (presupposto dell’illecito penale) perché ritenuto illegittimo, in quanto adottato con una procedura contrastante con la direttiva medesima, altri ancora sollevano una questione pregiudiziale interpretativa della direttiva di fronte alla Corte di Giustizia di Lussemburgo, altri ipotizzano una questione di illegittimità costituzionale della predetta norma incriminatrice, altri infine continuano a condannare, non ravvisando un contrasto tra la direttiva e la normativa interna o non ritenendo la competenza comunitaria in campo penale ovvero, più specificamente, escludendo che la direttiva abbia i requisiti per consentire la disapplicazione della norma penale interna.



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COMMENTI
31/03/2011 - Buchenwald (Gianmario Gatti)

Bellissimo articolo, solo citerei al posto di "suum cuique tribuere", "unicuique suum" di san Tommaso "ciò che è già suo" e che l'ordinamente riconosce, perchè "suum cuique tribuere", compariva all'entrata del campo di concentramento di Buchenwald "jedem das seine". Appunto. Cordialità.