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GIUSTIZIA/ Perché i diritti-desiderio promettono l’infinito, ma lo tradiscono?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Al tempo stesso si assiste ad una diminuzione degli arresti per il predetto reato a seguito di direttive impartite da talune Procure della Repubblica cui corrispondono, peraltro, le impugnazioni delle assoluzioni da parte di altre Procure. Nel frattempo le recenti vicende, connesse ai moti nordafricani e mediorientali, e ai nuovi massicci sbarchi di emigranti, producono un effetto di spiazzamento e di ricontestualizzazione del fenomeno, che riapre il dibattito anche sul piano politico ed eurounitario, rimettendo in discussione gli esiti precedenti che hanno costituito la base della ricordata discussione giuridica.
La situazione di incertezza di cui sopra - ancor più grave perché riguardante un settore quale quello penale, in cui la prevedibilità delle decisioni future costituisce un valore fondamentale a sua volta oggetto di un diritto - non è casuale e non può considerarsi come il frutto occasionale di ragionamenti viziati imputabili alla giurisdizione o alla politica, bensì è strettamente connesso alla struttura delle fonti sovranazionali e alla loro moltiplicazione, non più riducibile ai tradizionali strumenti di risoluzione dei conflitti (priorità temporale, gerarchia, competenza).

7. Il linguaggio dei diritti - Sia il problema dei limiti alla proliferazione dei diritti che trova nuova linfa nella problematica delle fonti sovranazionali, sia il problema del ruolo del giudice e quindi il modo con il quale egli concepisce la sua funzione ed il suo rapporto con la legge, rivelano che in questa materia è in gioco il concetto stesso di “diritto” ed il “linguaggio dei diritti”.
Per comprenderlo è necessario prendere completa coscienza del fatto che, storicamente, l’affermazione dei “diritti individuali” è nata per occultare la posizione soggettiva passiva della quale si voleva gravare un potente: non potendo e non volendo dire che il sovrano è obbligato a fare qualcosa a favore di un suddito, si dice che quest’ultimo ha un diritto ad ottenere qualcosa: questa è la funzione retorica positiva del linguaggio dei diritti.
Noi tutti siamo abituati a pensare che se affermiamo un diritto stiamo facendo qualcosa di positivo, stiamo tutelando un debole di fronte all’oppressione di una forza che vuole predominare ingiustamente. Soprattutto ci sembra che se affermiamo e quanto più affermiamo l’esistenza di diritti, tanto più estendiamo le possibilità dei soggetti a cui li attribuiamo e, quindi, facciamo qualcosa di positivo per tutti.
Con l’affermazione della logica individualista del diritto-desiderio è emersa invece la portata retorica negativa del “linguaggio dei diritti”: essa occulta l’idea che trasformare ogni desiderio in diritto implica riconoscere un’enorme quantità di obblighi a carico di altri.
Una delle più acute e coraggiose analisi storiche, che svelano la natura in gran parte illusoria del linguaggio dei diritti, è quella che si trova in un libro, ancora poco conosciuto in Italia, del già citato Villey, nel quale coraggiosamente si sostiene: “I diritti dell’uomo sono irreali. La loro impotenza è evidente. È bellissimo vedersi promettere l’infinito; ma poi, come stupirsi se la promessa non è mantenuta!”.



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COMMENTI
31/03/2011 - Buchenwald (Gianmario Gatti)

Bellissimo articolo, solo citerei al posto di "suum cuique tribuere", "unicuique suum" di san Tommaso "ciò che è già suo" e che l'ordinamente riconosce, perchè "suum cuique tribuere", compariva all'entrata del campo di concentramento di Buchenwald "jedem das seine". Appunto. Cordialità.