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DIBATTITO/ Così il problema dell'acqua diventa di "fede" e di ragione

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Questa mi sembra essere la fondamentale preoccupazione della Dottrina sociale che soprattutto rinveniamo in quella affermazione ove si sottolinea che all’acqua potabile deve essere sempre riservata la caratteristica di bene pubblico anche quando “la gestione venga affidata al settore privato”. Non mi sembra quindi fondato, nella lettera e nella logica (così come ho cercato di argomentare in un mio precedente intervento), il problema della cosiddetta “privatizzazione dell’acqua”. L’acqua, in buona sostanza, è e deve sempre restare un bene pubblico. Il faro dell’attenzione, invece, deve essere attentamente rivolto verso le modalità attraverso le quali se ne offre l’accesso: sono queste, infatti, che debbono essere giuste ed eque. “L’utilizzazione dell’acqua e dei servizi connessi deve essere orientata al soddisfacimento dei bisogni di tutti e soprattutto delle persone che vivono in povertà” (Mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace).
Non a caso la Dottrina sociale della Chiesa raccomanda che il suo “uso deve essere razionale e solidale”. Affinché l’uso dell’acqua potabile sia razionale e solidale, da un lato, occorre che la gestione dell’acqua (dal suo reperimento sino all’abitazione del consumatore finale o sino a tutti i luoghi di organizzazione collettiva che il sociale prevede: scuole, fabbriche, ecc.) sia svolta con la preoccupazione che si sta operando economicamente su un bene che è al contempo pubblico e indispensabile e, dall’altro, che il consumatore finale ne faccia un uso consapevole di trovarsi di fronte ad un bene comune e, quindi senza sperperi e sostenendo, secondo le sue capacità economiche (solidale) l’uso collettivo del bene stesso. Una gestione razionale e solidale, ma anche un uso razionale e solidale.
Per quanto argomentato (e per quanto qui interessa) sono proprio le modalità gestionali che debbono essere monitorate e verificate perché sono esse che, nella concretezza delle cose, hanno sempre (e nessuna volontà singola o collettiva può toglierle) dinamiche economiche, in quanto, per loro stessa natura, implicano costi (per investimenti e per l’esercizio) da sostenere e obiettivi di efficacia e di efficienza da perseguire; sono esse che possono, più o meno, facilitarne l’accesso a tutti per la soddisfazione del bisogno-diritto.
Il problema allora si sposta dall’oggetto (dall’acqua come bene pubblico, qualità che non può mai essere messa in discussione) alla ricerca della sua più efficace, efficiente e solidale gestione. La gestione per questo accesso all’acqua potabile, così come la totalità di tutti gli atti gestionali duraturi e sistematici volti alla produzione di un qualsiasi bene o servizio, non può che essere svolta se non da un’azienda. Solo un’azienda con gli elementi patrimoniali, finanziari ed umani di cui dispone è in grado di mettere in essere un’adeguata gestione sistematica e duratura, che vada dal reperimento di questa fondamentale risorsa alla sua più adeguata e solidale distribuzione, affinché il diritto di accesso possa essere adeguatamente ed equamente esercitato.
Siamo così di fronte a un’altra scelta: questa azienda-impresa deve essere pubblica, privata o mista? Dobbiamo stare attenti perché l’indagine economico aziendale, per definire se un’impresa è pubblica o privata, non si ferma al vestito giuridico che essa ha assunto, ma si inoltra ad individuare chi sostanzialmente è in grado di nominare la maggioranza dei consiglieri d’amministrazione. Potrebbe, quindi, capitare che in una società per azioni (giuridicamente privata), la maggioranza del capitale sociale sia di proprietà di un ente territoriale (Stato, Regione, Provincia, Comune) e che sia proprio questo soggetto pubblico a nominare la maggioranza dei consiglieri e, di fatto, a determinarne la governance, le strategie e le concrete operatività. In questi casi, sebbene giuridicamente privata, nessuno potrà affermare che l’impresa si trova sotto l’influenza e il controllo di privati.



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COMMENTI
17/04/2011 - Un valore non valore (Andrea Trombetta)

Rilevo una sproporzione enorme tra l'acqua come diritto inalienabile e l'acqua come oggetto di interesse politico e sociale. Se l'acqua, in quanto diritto inalienabile, fosse davvero considerato un valore, dovrebbe essere costantemente controllata quanto a disponibilità, costi di produzione e distribuzione, qualità, disservizi, etc. Tutto queste informazioni sono patrimonio di pochi addetti e non fanno parte delle campagne elettorali dei politici, a meno che non ci si trovi in zone disagiate o non si abbiano alle spalle mesi di siccità. NON SI PIANIFICA QUELLO CHE NON SI CONTROLLA. Finché non ci saranno alcuni indicatori affidabili e condivisi che forniscano costantemente alla comunità la situazione generale del bene ACQUA, ogni disquisizione tra pubblico e privato è un'occasione di confusione. Per giudicare di ogni cosa è indispensabile un criterio o un sistema di criteri, utilizzabili e condivisi. Aggiungo, infine, che anche la gestione e la distribuzione dell'acqua sono talmente connesse con il territorio da rendere impensabile una vera privatizzazione: il Pubblico è indispensabile in questa difesa dei diritti inalienabili.

 
16/04/2011 - Sui principi siamo d'accordo... (Marco Claudio Di Buono)

...ma il mio timore è che nella realizzazione pratica l'intento di realizzare meno sprechi (si perde una grande quantità di acqua in un sistema idrico che letteralmente fa acqua da tutte le parti) si tradurrà in un aumento dei costi per i cittadini. Non sono affatto statalista, sono per un sistema misto pubblico e privato, dove il primo possa essere gestito con criteri aziendalistici e il secondo sia sottoposto ai controlli pubblici necessari, Ma in un paese dove tutti corrompono tutti, dove per anni si è fatta una pessima sanità pubblica per favorire quella privata, ho molti dubbi sulla privatizzazione della gestione dell'acqua.

 
15/04/2011 - sistema integrato più economico e razionale (attilio sangiani)

Nella mia zona (alta Lombardia) la distribuzione dell'acqua è quaso ovunque affidata a società private con partecipazione anche pubblica. Poichè il costo del rifacimento di reti idriche obsolete ed estensione a nuovi quartieri è assai elevato, la gestione privata,con controllo pubblico, mi pare la migliore: sia per razionalità economica, sia per la riscossione dei costi (prezzi privati controllati) che, le aziende direttamente pubbliche, effettuavano con minore efficienza. Certamente è necessario il profitto, per remunerare il capitale e la attività imprenditoriale, ma non un "extraprofitto" di monopolio, dal momento che non è possibile istaurare una concorrenza calmieratrice. Cosa che si tenta di realizzare, invece, per la energia elettrica ed il gas, non meno necessarie dell'acqua.

 
15/04/2011 - gestione o profitto (francesco taddei)

la gestione o anche amministrazione significa ricavi zero. come possiamo pensare che un privato non pensi anche ad un guadagno? il sistema idrico integrato attuale garantisce capitali privati in soccorso allo stato che rimane l'ultimo decisore su aumenti di tariffe e agevolazioni. le esperienze della gestione affidata ai privati (es. toscana) non sono state positive. inoltre mancano gare d'appalto con parametri non stabiliti in loco ma con parametri di merito europei, il che ridurrebbe al max la discrezionalità e la corruzione. Occorrerebbe trovare anche una mediazione su quote di fabbisogno con le associazioni dei consumatori! tutte cose non previste dal decreto ronchi!