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DIBATTITO/ Così il problema dell'acqua diventa di "fede" e di ragione

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Dobbiamo essere attenti e non fermarci al “vestito” giuridico dell’impresa, ma alla sostanza economica che la mantiene in essere e si deve altresì verificare come questa impresa pubblica, ma formalmente privata, operi ed agisca concretamente sui mercati di incetta e di collocamento e quindi quale spirito (solidale o tornacontista) mette in essere per postulare i suoi obiettivi tecnici e quelli sociali e con quanta efficacia ed efficienza operi per perseguirli. Bisogna altresì monitorare e verificare quale sia la destinazione che l’ente territoriale pubblico sceglie per gli eventuali utili che dalla gestione di quell’impresa può avere tratto. Ovviamente, questa tipologia di monitoraggio-verifica deve essere attuato anche quando l’azienda fosse totalmente pubblica, ma soprattutto - come meglio si dirà - quando sostanzialmente fosse privata.
Il variegato mondo delle possibili “forme” aziendali non è mai indifferente rispetto alla sostanza economico-sociale che si intende perseguire. Si deve altresì evidenziare che non sempre la medesima “forma” resta valida rispetto a tutte le congiunture spazio-temporali che le dinamiche dei bisogni da soddisfare, di volta in volta, sollecitano. In altre parole, non vi è sempre e in tutti i luoghi, e rispetto agli stessi luoghi in tempi diversi, un’univoca soluzione di “forma” aziendale attraverso la quale operare la più adeguata e solidale gestione. Occorre sempre ricercare quella che, congiunturalmente, meglio consente il perseguimento “razionale e solidale” dell’obiettivo.
Queste dinamiche non trovano la loro più adeguata soluzione attraverso presupposti ideologici, ma con la vigile attenzione alle congiunture e alle situazioni in cui, di fatto, si vengono a trovare gli enti pubblici, il mercato, le fattive possibilità di mettere in essere una gestione “razionale e solidale”, nonché la possibilità o meno di fronteggiare le necessità degli investimenti necessari, ecc. Occorre, in definitiva, avere uno spirito aperto ed un’intelligenza non soffocata dal pregiudizio per seguire “l’evoluzione che il sistema produttivo sta compiendo” avendo presente “che la distinzione finora invalsa tra imprese finalizzate al profitto (profit) e organizzazioni non finalizzate al profitto (non profit) non sia più in grado di dar conto completo della realtà, né di orientare efficacemente il futuro” (Caritas in Veritate, 46).
Detto questo, non è possibile tacere un’indispensabile esigenza: tutte le volte che ci troviamo di fronte alla gestione di un bene pubblico che comporta risvolti ampi sul sociale, la sua gestione non può essere lasciata al mero arbitrio del mercato di tipo capitalistico. Afferma Mons. Mario Toso: “L’acqua ha una tale rilevanza sociale per cui gli Stati non possono demandarne la gestione ai soli privati. La gestione dell’acqua, bene pubblico, ha bisogno di un controllo democratico, partecipato. Ciò che alle volte gli Stati non riescono a fare va promosso tramite una cittadinanza attiva, in un confronto serrato con le stesse istituzioni pubbliche”.
Dal che se ne deriva che di fronte ad un bene pubblico, essenziale per la vita della persona, la soluzione per una sua gestione che poggia sulla razionalità delle scelte economiche (acquisizione dei fattori produttivi, ordinata gestione, adeguata ricompensa degli stessi fattori produttivi utilizzati) deve essere sempre temperata dalle necessità che la solidarietà congiunturalmente propone; questo è sempre valido qualunque veste giuridica o economica l’azienda rivesta.



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COMMENTI
17/04/2011 - Un valore non valore (Andrea Trombetta)

Rilevo una sproporzione enorme tra l'acqua come diritto inalienabile e l'acqua come oggetto di interesse politico e sociale. Se l'acqua, in quanto diritto inalienabile, fosse davvero considerato un valore, dovrebbe essere costantemente controllata quanto a disponibilità, costi di produzione e distribuzione, qualità, disservizi, etc. Tutto queste informazioni sono patrimonio di pochi addetti e non fanno parte delle campagne elettorali dei politici, a meno che non ci si trovi in zone disagiate o non si abbiano alle spalle mesi di siccità. NON SI PIANIFICA QUELLO CHE NON SI CONTROLLA. Finché non ci saranno alcuni indicatori affidabili e condivisi che forniscano costantemente alla comunità la situazione generale del bene ACQUA, ogni disquisizione tra pubblico e privato è un'occasione di confusione. Per giudicare di ogni cosa è indispensabile un criterio o un sistema di criteri, utilizzabili e condivisi. Aggiungo, infine, che anche la gestione e la distribuzione dell'acqua sono talmente connesse con il territorio da rendere impensabile una vera privatizzazione: il Pubblico è indispensabile in questa difesa dei diritti inalienabili.

 
16/04/2011 - Sui principi siamo d'accordo... (Marco Claudio Di Buono)

...ma il mio timore è che nella realizzazione pratica l'intento di realizzare meno sprechi (si perde una grande quantità di acqua in un sistema idrico che letteralmente fa acqua da tutte le parti) si tradurrà in un aumento dei costi per i cittadini. Non sono affatto statalista, sono per un sistema misto pubblico e privato, dove il primo possa essere gestito con criteri aziendalistici e il secondo sia sottoposto ai controlli pubblici necessari, Ma in un paese dove tutti corrompono tutti, dove per anni si è fatta una pessima sanità pubblica per favorire quella privata, ho molti dubbi sulla privatizzazione della gestione dell'acqua.

 
15/04/2011 - sistema integrato più economico e razionale (attilio sangiani)

Nella mia zona (alta Lombardia) la distribuzione dell'acqua è quaso ovunque affidata a società private con partecipazione anche pubblica. Poichè il costo del rifacimento di reti idriche obsolete ed estensione a nuovi quartieri è assai elevato, la gestione privata,con controllo pubblico, mi pare la migliore: sia per razionalità economica, sia per la riscossione dei costi (prezzi privati controllati) che, le aziende direttamente pubbliche, effettuavano con minore efficienza. Certamente è necessario il profitto, per remunerare il capitale e la attività imprenditoriale, ma non un "extraprofitto" di monopolio, dal momento che non è possibile istaurare una concorrenza calmieratrice. Cosa che si tenta di realizzare, invece, per la energia elettrica ed il gas, non meno necessarie dell'acqua.

 
15/04/2011 - gestione o profitto (francesco taddei)

la gestione o anche amministrazione significa ricavi zero. come possiamo pensare che un privato non pensi anche ad un guadagno? il sistema idrico integrato attuale garantisce capitali privati in soccorso allo stato che rimane l'ultimo decisore su aumenti di tariffe e agevolazioni. le esperienze della gestione affidata ai privati (es. toscana) non sono state positive. inoltre mancano gare d'appalto con parametri non stabiliti in loco ma con parametri di merito europei, il che ridurrebbe al max la discrezionalità e la corruzione. Occorrerebbe trovare anche una mediazione su quote di fabbisogno con le associazioni dei consumatori! tutte cose non previste dal decreto ronchi!