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COMUNISMO/ L’incubo di Hoheneck: in carcere per aver fatto un figlio

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Il penitenziario femminile di Hoheneck a Stollberg  Il penitenziario femminile di Hoheneck a Stollberg

Anne Niendorf racconta quale sollievo fosse guardare fuori dalle finestre del laboratorio di cucito le colline e i boschi dei Monti metalliferi; ma un giorno arrivano degli uomini con un secchio di vernice e pitturano di bianco tutti i vetri. Attraverso il logoramento psicologico si vogliono rendere le detenute una massa obbediente, tuttavia, numerosi gesti testimoniano la solidarietà che c’è tra queste donne e la «rivolta umana» che, inevitabilmente, scaturisce da ogni regime oppressivo. Ad accomunare donne così diverse è «l’essere libere dalla paura», l’emergere della «natura umana».
Nel tempo libero, per esempio, molte di loro partecipano a conferenze «fai da te» su libri o film, e organizzano spettacoli teatrali come il Faust di Goethe, facendo piangere di commozione persino le secondine, o il Don Carlos di Schiller. In quest’ultimo caso il comandante delle guardie aveva chiesto di omettere la battuta del marchese di Posa: «Sire, dateci la libertà di pensiero!», che le donne avrebbero voluto invece recitare ad alta voce. Ma le attrici improvvisate risolvono il problema sostituendo la battuta con un attimo di silenzio, durante il quale le altre detenute «spettatrici», informate per tempo del cambiamento, applaudono.
Parlando di resistenza umana, è interessante osservare il modo in cui gli abitanti di Stollberg hanno vissuto la presenza del carcere nella propria città. Jutta Giersch, una fra le prime detenute, racconta che prima del loro trasferimento in città viene diffusa la voce che arriveranno delle criminali e ciò suscita paura e avversione fra gli abitanti. Ma questi cambiano subito opinione quando un uomo del posto vede nel gruppo delle prigioniere una donna che conosce bene e della cui innocenza non può dubitare. Da quel momento le manifestazioni di solidarietà non si fanno attendere. È sempre Jutta a testimoniare che a volte si avvicinavano alle mura del carcere delle persone che gridavano verso le finestre: «Tenete alta la testa!».
Nel giugno 1953 esplodono in tutta la Germania Est i moti di operai e un gruppo di dimostranti si dirige verso Hoheneck per liberare le donne. Ma gli operai vengono dispersi prima di arrivare al carcere, dal quale le ultime detenute politiche potranno uscire solo nel 1989 grazie a un’amnistia.

(l’articolo, qui in versione ridotta, è apparso su La Nuova Europa 1/11 con il titolo Hoheneck: il carcere femminile della DDR)



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