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IDEE/ Bonomi: da Berlusconi ai giudici, i nuovi "populismi" mettono a rischio il paese

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Immigrati vengono fatti sbarcare a Napoli (Ansa)  Immigrati vengono fatti sbarcare a Napoli (Ansa)

Ciò che caratterizza questa lunga transizione, e che corrisponde alla crisi di un altro grande istituto del novecento, è la metamorfosi dei partiti. Chi infatti per un secolo ha organizzato le passioni individuali e collettive? I partiti ci sono ancora, ma nella transizione italiana - e non solo - sono diventati strumenti del populismo. Non del populismo del passato, ma di quello moderno: rapporto diretto tra la leadership e ciò che resta sotto la pelle dello Stato - i comportamenti collettivi - senza la mediazione forte della forma-partito e dei soggetti delle rappresentanze.

Facciamo qualche nome, professore.

Oggi abbiamo a che fare con diversi populismi. Il populismo di territorio, molto ben rappresentato dalla Lega e dal «mercato» locale della politica. Poi c’è il populismo basato sulla leadership di Berlusconi e sull’individualismo proprietario come codice di riferimento: siamo tutti proprietari, siamo tutti individui, e dobbiamo avere tutti il massimo grado di libertà possibile. Questi due populismi messi insieme costituiscono il blocco che governa il paese da 15 anni.

È solo un male del centrodestra?

Assolutamente no. C’è quello tecnocratico del centrosinistra. Cosa sono stati Prodi e Padoa-Schioppa se non due tecnocrati con un’idea forte, «vi portiamo in Europa»? Il vero problema è che l’Europa non c’era allora e non c’è adesso. Ancora, c’è il populismo giustizialista: il palazzo di giustizia che dà l’assalto allo Stato, neo «Palazzo d’Inverno». Non tiene conto che le regole e le magistrature sono importanti, ma più ancora lo è il rapporto tra i poteri. E c’è un populismo «dolce», suadente, meridiano, alla Vendola.

Lei scrive che «fissati sul conflitto degli interessi di Berlusconi ci siamo dimenticati degli interessi». Cosa vuol dire?

In questi vent’anni il paese è cambiato molto di più di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Dal punto di vista dei modelli di produzione, ha cercato di riposizionarsi dentro la globalizzazione. Ma questo ha prodotto una nuova composizione sociale e con essa nuovi interessi. Pensiamo alla società terziaria basata sul sapere e al lavoro precario. L’Italia si è fissata sul conflitto di interessi di Berlusconi è si è dimenticata degli interessi dei nuovi soggetti.

Se la politica si allontana dalla società, cosa ci riserva il futuro prossimo?

Auspico che venga avanti una concezione della politica in grado di mettersi in mezzo tra flussi e luoghi; di prendere per mano i luoghi, e farli crescere senza paura in rapporto ai flussi; e allo stesso tempo, di rapportarsi ai flussi e contenerli. La politica dev’essere capace di dare una visione a quella dimensione plurale che sta sotto la pelle dello Stato, in cui i soggetti sociali si muovono operosi. Diversamente, verrà spazzata via; e la società, e dunque il paese, con lei.



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