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POESIA/ Zanzotto e quella domanda di assoluto che scavalca il vuoto della morte

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Andrea Zanzotto, foto d'archivio  Andrea Zanzotto, foto d'archivio

Siamo «un segno senza significato», oppure abbiamo un «destino» da compiere, un «cammino» da percorrere? Per risolvere il dilemma occorre fare appello alla «fonte dei messaggi»: ma c’è una «sorgente»? Sotto quel che appare, c’è un principio originale? E che messaggi ha per noi? Si possono ritagliare dai suoi testi gli indizi per una risposta. Gli spiragli, le fenditure che consentono all’uomo di interpellare la fonte e udirne la voce.
La prima occasione viene a Zanzotto, nella sua prima raccolta, Dietro il paesaggio, del 1951, dalla meditazione sul mistero della maternità. La sua poesia, in questa chiave, è una dichiarazione di appartenenza alla madre: un tributo alla madre reale, e metaforica, come minima garanzia di senso e felicità. Non veniamo alla luce da soli. Abbiamo bisogno. Attraverso il legame che unisce il figlio alla madre Zanzotto scorge l’ombra di qualcosa di profondo: il fattore costitutivo della natura umana.
Il secondo passo (nella raccolta Vocativo, del 1957) è affidato alla possibilità che una visione contemplativa delle cose faccia intuire, nel creato, l’orma del creatore. La meditazione tocca il mistero della natura: la natura che è mistero e misteriosamente si offre come “creato”, come realtà ordinata. La misericordia, che scende dal cielo e si irradia, è ciò che dà fondamento al mondo, lo crea e lo conserva, rinnovandolo ogni giorno. Pasolini ha detto: «Diventa oggetto della poesia l’unica possibilità conoscitiva pensabile, che è quella metafisica, l’interpretazione del mondo sub specie aeternitatis».
Il terzo mistero che Zanzotto fa oggetto di meditazione è quello della Pasqua, al centro di un libro, pubblicato nel 1973 e intitolato, appunto, Pasque. La sua tormentata sperimentazione approda a tale riconoscimento: la presenza di Dio fra gli uomini, la partecipazione del trascendente alla vita terrena, dissemina sempre fragili e furtive impronte. La domanda d’assoluto diviene perciò un inseguimento, una caccia, un azzardo epistemologico, che scivola al di là del nulla: verso lo spazio-tempo pre-natale da cui tutto ha origine. Il segno di Dio si risolve nella voce desiderante dell’uomo che lo chiama, che ha il coraggio di sporgersi oltre il proprio niente. A partire dal vuoto della morte, la Pasqua configura il mantenimento di una speranza: uno sgambetto metafisico, apportatore di vita da una distanza forse non incolmabile. Non incolmata.



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