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GIUSTIZIA/ Solo una ragione "totale" salva il diritto dalla dittatura dei valori

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Infatti, proprio il numero delle fonti giurisprudenziali (specie internazionali), e la maggiore discrezionalità nell’estrazione della regola dal caso concreto che le caratterizzano, consentono di trovare più agevolmente affermazioni conformi al proprio sentire, che il giudice applicherà per risolvere il caso portato alla sua cognizione secondo il proprio “sentimento” (divenendo così arbitro della regola, svincolato dalle scelte legislative e dalle correlative responsabilità politiche), senza alcuna preoccupazione di sistema, cioè senza la preoccupazione di fornire risposte adeguate alla totalità dei fattori coinvolti nella decisione da prendere. Una simile operazione verrà poi frequentemente legittimata con l’esigenza di tutela di questo o di quel diritto fondamentale, senza preoccuparsi adeguatamente di tutti i diritti coinvolti nella decisione.
Sconvolge invece totalmente questo assetto l’intuizione di Luigi Giussani che collega inscindibilmente il concetto di valore a quello di ragione, senza trascurare il ruolo del sentimento. Afferma infatti Giussani: “chiameremo valore l’oggetto della conoscenza in quanto interessa la vita della ragione”, precisando subito dopo che “il valore è la realtà conosciuta proprio in quanto interessa, in quanto vale la pena”. L’analisi prosegue poi riconoscendo che “il valore dell’oggetto conosciuto … secondo la posizione e il temperamento dell’uomo, lo tocca in modo da provocare quella emozione che noi abbiamo individuato con la parola sentimento...”. Questa situazione determina certamente una difficoltà, perché “l’oggetto della conoscenza, in quanto interessa, suscita uno stato sentimentale e questo condiziona la capacità conoscitiva”. La prima reazione potrebbe essere quella di eliminare il sentimento (come si fa nelle scienze matematiche) perché si ritiene che offuschi la ragione, ma questo non è vero, in quanto  “...il problema non è che il sentimento venga eliminato, ma che il sentimento sia al suo posto giusto”.
Il sentimento del valore seleziona i beni rilevanti, quelli che la ragione deve prendere in considerazione per poter decidere (in tal senso la ragione è aiutata dal sentimento, non offuscata), ma la scelta (la decisione) va compiuta appunto usando la ragione non esclusivamente in base al sentimento o all’irrazionalità del preconcetto.



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COMMENTI
07/04/2011 - Continuare (Alberto Consorteria)

Bell'argomento, da continuare a sviluppare e approfondire. Suggerimenti per una continuazione: leggere Dworkin. Poi, ho una domanda: il diritto è un metodo, e la politica un'altro metodo. Evidenziate nell'articolo che il diritto ha tradito il suo metodo. Però, non residua un potere sussidiario del diritto verso la politica da esercitarsi nelle mancanze della prima (Welby, Englaro e le unioni tra omosessuali sono state giustificate così dai giudici creativi)? Perché così si capisce una giustificazione fumosa delle decisioni: questo potere non c'è, occorre ragionare retoricamente per giustificarlo, ma occorre esercitarlo al posto della politica.