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GIUSTIZIA/ Solo una ragione "totale" salva il diritto dalla dittatura dei valori

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Si tratta di una tesi di grande aiuto per risolvere il problema giuridico dei rapporti tra giudice e valori. Infatti, i nuovi spazi e le nuove occasioni per una dilatazione dei poteri interpretativi e del ruolo del giudice sono ormai un fatto: la dimensione sovranazionale dei fenomeni regolati dal diritto e la conseguente insufficienza della risposta dello Stato, con il sempre più frequente ricorso a strumenti di regolazione sopranazionali, rappresentano ormai un dato acquisito, una realtà. Il ricorso alle fonti internazionali e l’istituzione di giurisdizioni sovranazionali nascono quindi da una esigenza dettata dai fatti: non si può fare finta che non esistano, né si può più tornare indietro rimpiangendo e tentando di restaurare i tempi passati e il vecchio ordine sistematico.
La mancanza di consapevolezza di questi problemi e la scarsa chiarezza dei limiti di utilizzabilità delle nuove fonti apre però nuovi spazi alla dilatazione dei poteri del giudice, con il pericolo di insinuazioni ideologiche nell’attività giurisidizionale, che sarebbe estremamente pericoloso ritenere insita in qualsiasi attività di interpretazione senza la possibilità di un suo adeguato controllo.
È infatti un’acquisizione nota quella del ruolo dei preconcetti (o dei pregiudizi) nell’attività interpretativa, ma ciò non vuol dire che ogni operazione ermeneutica sia consentita. Chiara e utile a questo proposito è la distinzione che si trova in Luigi Giussani tra un “senso positivo” del preconcetto, che è quello di rispondere ad una domanda (in questo caso il dubbio interpretativo del giudice) in base a quello che ciascuno sa ed è, e un “senso negativo” del preconcetto, consistente nell’utilizzare quella reazione come criterio di giudizio e non soltanto come apertura di domanda per il superamento del preconcetto stesso. Dal senso cattivo del preconcetto nasce l’“ideologia”, come costruzione teorico-pratica basata sul pregiudizio: si prende un aspetto della realtà, anche vero, ma in modo unilaterale e assoluto per l’affermazione di un progetto personale e arbitrario.
La sfida non è quindi quella di introdurre un nuovo moralismo che si contrapponga ad un altro (innescando una lotta o guerra tra valori opposti, di cui ciascun giudice si farebbe portatore come una delle fazioni in lotta), ma di adottare e diffondere nella giurisdizione il metodo dell’apertura alla domanda che la realtà pone, senza soluzioni preconcette e con la fiducia nella guida della ragione, nel senso più ampio di questo termine, e quindi nella sua capacità di cogliere, se correttamente usata, tutti i fattori della realtà.
Questo è il vero antidoto della riduzione del senso di giustizia al sentimentalismo, recuperando la reale e non ridotta idea di cuore come dinamismo tra sentimento e ragione, cioè - per usare una efficace espressione Maria Zambrano - di cuore come “centro in cui l’intelligenza e la sensibilità comunicano tra loro”. (3 - fine)



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COMMENTI
07/04/2011 - Continuare (Alberto Consorteria)

Bell'argomento, da continuare a sviluppare e approfondire. Suggerimenti per una continuazione: leggere Dworkin. Poi, ho una domanda: il diritto è un metodo, e la politica un'altro metodo. Evidenziate nell'articolo che il diritto ha tradito il suo metodo. Però, non residua un potere sussidiario del diritto verso la politica da esercitarsi nelle mancanze della prima (Welby, Englaro e le unioni tra omosessuali sono state giustificate così dai giudici creativi)? Perché così si capisce una giustificazione fumosa delle decisioni: questo potere non c'è, occorre ragionare retoricamente per giustificarlo, ma occorre esercitarlo al posto della politica.